Dodici ore al giorno di lavoro? Scoppia la polemica

Mikhail Prokhorov  Foto di Photoxpress

Mikhail Prokhorov Foto di Photoxpress

La proposta dell'oligarca russo Mikhail Prokhorov ha scatenato la violenta reazione di sindacati, parlamentari e del mondo della Rete.

L'oligarca russo Mikhail Prokhorov, che secondo le stime di Forbes possiede un capitale di 13,4 miliardi di dollari, ha proposto di apportare modifiche sostanziali al codice del lavoro: cambiare il monte ore settimanale dalle 40 attuali a 60, passare ai contratti a breve termine invece che a tempo indeterminato e dare il preavviso di licenziamento con un solo mese di anticipo rispetto ai due attuali. Proposte, le sue, per semplificare la vita del datore di lavoro: prima spremere il dipendente, facendolo lavorare 12 ore al giorno, poi, lasciarlo a casa senza liquidazione.

Non stupisce che le dichiarazioni di Prokhorov abbiano scatenato una reazione furente. I leader dei sindacati e i deputati del Parlamento hanno assicurato che non sosterranno mai una tale proposta. E i semplici cittadini hanno espresso la loro protesta sui blog contro i “borghesi con la pancia troppo piena”.

L’idea del magnate russo ci riporta alla Russia degli zar, quando gli operai lavoravano 15 ore al giorno. La prima sommossa del 1905 servì proprio per accorciare la giornata lavorativa di 3 ore. E uno dei primi decreti legge del potere sovietico dopo la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, fu quello che segnò il passaggio alla giornata lavorativa di 8 ore.

Forse i nuovi miliardari russi non hanno studiato la storia russa a scuola. E delle conquiste sociali dei lavoratori nei Paesi occidentali, si vede proprio che non ne sanno niente. Ma, proviamo lo stesso a considerare la situazione dal loro punto di vista. L'argomento principale a sostegno della posizione di Prokhorov è che la Russia è sempre molto indietro rispetto ai Paesi sviluppati per produttività del lavoro. Il che a sua volta impedisce alle grandi compagnie russe di essere concorrenziali a livello del mercato mondiale. Ci sono, però, tanti modi per implementare la produttività del lavoro: ad esempio, con l'acquisto di apparecchiature moderne o incrementando la professionalità dei lavoratori. In effetti questo tipo di misure richiede capitali ingenti.

Allungare la giornata lavorativa è sicuramente più economico. Ma, chi garantisce che una persona che riusciva più o meno a lavorare 8 ore al giorno lavorerà meglio se lo farà per 12 ore? E' difficile credere che in questo modo guadagnerà in entusiasmo.

La maggior parte degli oligarchi sono di regola maniaci del lavoro

A questo punto, bisogna però notare che la maggior parte degli oligarchi sono di regola maniaci del lavoro: per loro una giornata lavorativa di 12 ore è la norma. Viene in mente la storia del proprietario di una fabbrica metallurgica, editore di un quotidiano. Per lui era assolutamente normale telefonare al caporedattore alle tre di notte e chiedergli: “Stai dormendo?”. Il giornalista, svegliatosi nel cuore della notte, rispondeva di “no”. “Allora ti devo parlare, io mi sono liberato giusto adesso”, diceva l'editore. E fissare appuntamenti per le 10-11 di sera era una cosa assolutamente normale.

Ma i miliardari russi sono anche capaci di riposare come si deve. Un esempio ce lo dà lo stesso Prokhorov, diventato famoso in tutta Europa per i suoi festini a Courchevel. Tra le altre occupazioni preferite dai russi benestanti in vacanza ci sono caccia, paracadutismo, scii. E poi gli oligarchi sono padroni di se stessi e possono decidere di prendersi una settimana di vacanza ogni qualvolta sentano la necessità di rilassarsi un po'. Forse, se i loro dipendenti avessero la possibilità di andare in settimana bianca sulle Alpi con delle top-model o di volare in Africa per una battuta di caccia al leone almeno una volta all'anno, accetterebbero più volentieri di lavorare 12 ore al giorno. Ma ogni dipendente, di solito, ha diritto al massimo a una sola vacanza all'anno in un hotel egiziano a buon mercato o, più spesso, nella propria dacia.

Il tenore di vita dei “padroni” e di quelli che lavorano per loro sono talmente diversi che si può dire che vivano in mondi paralleli. La settimana scorsa, la Camera di Commercio russa ha pubblicato dei dati macroeconomici sugli ex Paesi dell'Unione Sovietica. Ci sono delle cifre molto interessanti: il 10% dei cittadini russi più abbienti è 17 volte più ricco del 10% dei cittadini russi meno abbienti. In Europa, il dato corrispettivo varia da 6 a 8. E anche negli Usa, dove è concentrato il maggior numero di multimiliardari, arriva al massimo a 13-14. Questo significa che in Russia lo scarto tra ricchi e poveri è enorme e in continua crescita. Neanche la crisi ha accorciato la distanza: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Non c'è da stupirsi se in Russia l'atteggiamento verso i ricchi è per lo più negativo e iniziative come quella di Prokhorov non fanno che peggiorare la situazione.

D'altra parte, questo tipo di atteggiamento è caratteristico in Russia già da molto tempo. Nel corso dei secoli è andata formandosi un'opinione che è espressa efficacemente dai proverbi popolari: “Con le opere di bene non si costruiscono i palazzi” oppure “I soldi non fanno la felicità”. Nelle fiabe popolari russe il protagonista non si pone mai l'obiettivo di diventare ricco. E, se alla fine si guadagna metà del regno, è solo grazie al coraggio e alla devozione alla famiglia e alla patria. Secondo la saggezza popolare, la ricchezza arriva solo per due strade: quella dell'inganno e del furto oppure quella del miracolo, come regalo inatteso. E in ogni caso si tratta di una dura prova e di un pesante fardello.

Più una persona resta a lavorare, meno tempo le resta per andare in giro nei negozi a spendere soldi

Perché questa idea si sia sviluppata nel corso della storia, oggi è difficile dirlo. Forse l'ortodossia ha avuto il suo ruolo, dato che la spiritualità è considerata come il valore più alto. Non a caso, nella vecchia Rus', hanno sempre avuto particolare rispetto per i cosiddetti jurodivye (folli di Dio), persone che non lavoravano mai, vivevano della carità altrui, ma riuscivano a entrare in contatto con le forze superiori. Anche la dura vita dei contadini ha lasciato il suo segno nell'atteggiamento verso i ricchi. Date le asperità della natura di questi posti, diventare ricchi è sempre stato piuttosto difficile.

Quando in Russia sono arrivati i primi rappresentanti della classe borghese, i mercanti, anche loro si sentivano in qualche modo colpevoli per la propria ricchezza. Non è un caso che proprio loro, e non gli aristocratici, fossero i maggiori donatori in opere di beneficenza. Hanno finanziato anche la rivoluzione che alla fine ha portato alla loro eliminazione.

I “mercanti” contemporanei sono più famosi per i loro stravizi e per le spese stravaganti (tipiche anche dei ricchi della Russia pre-rivoluzionaria, famosi in particolare per i bagni nello champagne di attrici e ballerine). Alla beneficenza vera e propria non ci sono ancora arrivati.

Per quanto riguarda Mikhail Prokhorov, dopo la bocciatura alla sua idea, ha ritenuto necessario giustificarsi. Durante una trasmissione televisiva ha dichiarato che i suoi oppositori non vogliono che esistano i ricchi, mentre lui, invece, non vuole che esistano i poveri. E in effetti, una certa logica si può rintracciare nelle sue parole: più una persona resta a lavorare, meno tempo le resta per andare in giro nei negozi a spendere soldi. In fondo, così, arriverà alla pensione con un discreto capitale. Se non muore prima, ovviamente.

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