Il bio alla conquista della Russia?

Foto di Nikolai Koroliov

Foto di Nikolai Koroliov

Dopo un primo fallimento, dieci anni fa, tornano sul mercato cibi non trattati chimicamente. Merito dei contadini della Federazione, che, da sempre legati alla tradizione agricola degli antenati, riscuotono successo portando sui banchi dei mercati rionali frutta, carne e verdura locali e di stagione. Pur senza l’etichetta che ne certifica al cento per cento il rispetto degli standard.

E’ un trionfo di prodotti naturali e a chilometro zero il mercato del fine settimana in città. Anche se non hanno l’etichetta bio. Il contadino di Lipetzk vende latte e formaggi della sua fattoria; quello di Tambovsk carne di animali allevati nell’aia; il miele è sulla bancarella degli apicoltori di Volgograd. Poi, c’è una gran varietà di frutta e verdura di stagione. Si tratta di merce in vendita anche al supermercato, a un prezzo decisamente inferiore. Ma non c’è paragone tra una gallina vissuta all’aria aperta e i polli chiusi nelle gabbie di uno stabilimento avicolo. Anche le mele non trattate hanno tutto un altro sapore rispetto a quelle che contengono conservanti.

Cresce sempre più il numero dei russi che, negli ultimi anni, riempie il carrello della spesa con almeno due terzi di prodotti di provenienza nazionale. Secondo un recente sondaggio dell’istituto Romir, il 39% degli abitanti della Federazione è convinto che produzione di qualità sia sinonimo di produzione russa.

Non è difficile spiegare quest’ondata di patriottismo alimentare. All’inizio degli anni ‘90, quando sul mercato russo hanno iniziato a riversarsi i prodotti di importazione, il solo fatto che venissero dall’estero era considerato garanzia di qualità. Poi, piano piano si è capito che non era proprio così. Con la notizia di organismi geneticamente modificati, l’entusiasmo è crollato. Se i prodotti alimentari russi sono riusciti a mantenere il loro sapore naturale è grazie al fatto che l’agricoltura nazionale non ha i mezzi per impiegare le tecnologie all’avanguardia elaborate dalla bio-ingegneria occidentale.

I primi negozi biologici hanno fatto capolino in Russia nel 2000. A distanza di 10 anni, però, molti di essi hanno abbassato la saracinesca. Com’è possibile? L’errore era di proporre il biologico proveniente dall’estero nel 90% dei casi. Prezzi alle stelle, dunque, e, secondo i commercianti, scarsa informazione dei consumatori russi.

Vincente, invece, la scelta fatta in quegli anni dai contadini russi di rimanere legati alla tradizione agricola degli antenati. Così anche se ufficialmente in Russia non esiste una produzione biologica, perché non ci sono parametri nazionali che la definiscano, in tante fattorie gli affari nel nome del naturale vanno a gonfie vele. Senza infatti ricorrere ai negozi biologici ma continuando a fare la spesa nei mercati rionali, le famiglie di città non hanno mai del tutto dimenticato il sapore dei cibi sani di un tempo.

Così, oggi, il mercato del biologico, nelle mani proprio dei contadini russi, sta conoscendo una nuova vita. L’imprenditore Aleksandr Konovalov un anno fa era il direttore di una grossa società di marketing. Adesso è il proprietario di un’azienda agricola, dove alleva mucche, pecore e maiali e coltiva verdure. Il prossimo investimento sarà sui conigli. Sua figlia, Nastja, laureata all’Università Statale di Mosca, confessa che all’inizio si vergognava di lavorare in una fattoria, ma dopo che conoscenti e amici hanno assaggiato e apprezzato i suoi prodotti diventando suoi clienti abituali, ha cambiato atteggiamento.

Anche se frutta e verdura acquistati direttamente in campagna costano il doppio rispetto agli alimenti dei supermercati, la bio-fattoria di Konovalov ha già un suo giro di affari. E’ impossibile dire ufficialmente che questi prodotti siano in tutto e per tutto biologici, ma sicuramente ai clienti di Aleksandr basta toccare con mano la loro qualità per fidarsi. Anche se non c’è l’etichetta bio.

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