Mattoni e armi, così la Russia ricostruisce l’Abkhazia

A due anni dal conflitto con la Georgia, Mosca afferma la sua presenza nell’enclave indipendentista. Il Cremlino ha promesso milioni di dollari. Ma la popolazione teme di perdere la propria sovranità.

Foto di Iury Kozyrev


Il Monastero di Novy Afon sovrasta le lance ad alta velocità delle pattuglie militari russe che sorvegliano la costa sul Mar Nero dell’Abkhazia, un’enclave montuosa dalle spiagge selvagge, dalla natura subtropicale e paradisiaca che nei secoli ha attirato vari imperi, dai romani ai sovietici. E ancor oggi contesa. Quando, dopo la guerra russo-georgiana dell’agosto 2008, la Russia riconobbe l’indipendenza dell’Abkhazia, la popolazione si sentì sollevata, benché Usa e Ue continuino a considerarla un territorio georgiano. Tuttavia sono bastati solo due anni perché la Russia affermasse la propria presenza militare e imprenditoriale in Abkhazia. Migliaia di soldati e di agenti russi si stanno trasferendo nella base di Gadauta ultimata di recente nella regione di Gali dove la Russia ha dispiegato il suo moderno sistema difensivo aereo, costituito da missili S-300. «Eravamo abituati a essere considerati una sorta di “buco nero”, mentre ora arrivano da noi i più importanti investitori russi e potenti personaggi», commenta Astamur Ketsba, capo dell’amministrazione regionale di Gagra.

Fino a poco tempo fa l’Abkhazia era ritenuta una zona di “conflitto congelato” (frozen conflict), una regione scissionista non più parte a tutti gli effetti della Georgia. Dalla breve ma sanguinosa guerra con le forze georgiane del 1993, la regione scissionista è rimasta sempre più isolata ed è andata in piena decadenza: neve e pioggia sono caduti sui tetti dei meravigliosi palazzi del XIX secolo del principe di Oldenburg, mentre sulle bianche statue marmoree sul lungomare di Gagra è cresciuto il muschio. Le autorità locali stanno adoperandosi in tutta fretta affinché gli acquirenti russi rilevino e restaurino le proprietà danneggiate, antiche e moderne. Il presidente abkhazo Sergei Bagapsh ha confermato che da quest’estate i cittadini russi potranno privatizzare le proprietà in Abkhazia. Il presidente russo Dmitri Medvedev e il premier russo Vladimir Putin hanno promesso di inviare miliardi di dollari per sostenere l’indipendenza dell’Abkhazia apportando linfa vitale all’economia e ricostruendone infrastrutture e apparato militare.

Non tutti in Abkhazia sono soddisfatti di questo investimento e soprattutto della crescente influenza russa. Tamara Lakrba, capo urbanista delle città di Gagra e Pitsunda, nonché fiera custode del loro basso skyline e fascino provinciale, teme che l’Abkhazia venga devastata: «Quando hanno abbattuto il primo cedro secolare o costruito edifici più alti dei tre piani consentiti a Gagra, tutti gli abkhazi avrebbero dovuto scendere in strada a protestare».
In Abkhazia alcuni cittadini sono irritati alla sola idea di poter diventare uno Stato vassallo della Russia. Come il ministro della Difesa, il generale di divisione Mirab Kishmaria che ha ricordato che, insieme ad altri ufficiali abkhazi, ha versato il suo sangue per conquistare l’indipendenza. «A prescindere dalle pressioni che eserciteranno, i russi non vedranno mai l’Abkhazia sciogliere il suo esercito indipendente», ha detto. «Quanti vogliono demilitarizzare l’Abkhazia non erano qui durante la guerra, e non sanno che il popolo abkhazo è formato da una fratellanza di combattenti».

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