La crisi in Kirghizistan: Un gioco a somma zero

Il direttore del dipartimento Relazioni internazionali dell’Istituto di analisi politica e militare di Mosca Sergei Markedonov e la caporedattrice del notiziario Nuova Europa dell’agenzia Apcom Orietta Moscatelli si interrogano sulla recente crisi kirghiza.

Non basta proclamarsi indipendenti per esserlo

Al momento la situazione in Kirghizistan è in così continua e rapida trasformazione che è difficile azzardarsi a esporre valutazioni. Eppure si può cominciare a trarre un bilancio parziale.

In primo luogo, l’attuale crisi ha dimostrato ancora una volta come il disfacimento dell’Urss, inteso come creazione di stati nazionali da parte delle sue ex Repubbliche, sia ancora lontano. Darsi il nome di “Kirghizistan indipendente” non basta per esserlo. Per diventare indipendenti è necessaria un’adeguata politica di costruzione dello stato e della nazione che non si è avuta né sotto la presidenza di Askar Akayev, rovesciato nel 2005, né sotto quella del suo successore Kurmanbek Bakiev, destituito quest’anno. Risultato della mancanza di una nazione politica integrata, principale presupposto per governare efficacemente, è appunto la tensione interetnica.

In secondo luogo, la situazione ha mostrato quanto sia stretto il corridoio delle possibilità per la “transizione” negli stati dell’Asia centrale. Nei prossimi anni in quest’area si parlerà non della scelta tra democrazia e autoritarismo, ma della presenza o meno di un potere in quanto tale. Il governo “tecnico” del Kirghizistan guidato da Roza Otunbaeva sta facendo grandi promesse di trasformare lo stato in una repubblica parlamentare. Ma considerati la bassa integrazione nel paese, l’insufficiente legittimità del governo e la mancanza di partiti politici, ciò crea dei rischi enormi.

Ne consegue, in terzo luogo, che la crisi kirghiza ha posto duramente la questione della presenza di un arbitraggio e di un intervento internazionale obiettivo. Il problema, ancora una volta, è se al mondo esista davvero una comunità internazionale. Rispondere non è facile. Le strutture internazionali limitano la loro “partecipazione” ai progetti umanitari. Quanto a Usa, Ue e Russia, non riescono a elaborare un’adeguata strategia di cooperazione per impedire che sulla carta geopolitica mondiale compaia un “secondo Afghanistan”. Eppure né alla Russia, né all’Occidente rimane molto tempo per pensare. La scelta è ristretta: o si gioca un “gioco a somma zero” e si moltiplica l’instabilità nell’Oriente post-sovietico o si trovano dei punti di incontro.

Sergei Markedonov è direttore del dipartimento Relazioni internazionali dell’Istituto d’analisi politico-militare di Mosca



Se Russia ed Europa restano a guardare

Se la Russia, ex “padrona di casa”, ha preferito restare a guardare l’ultima (per ora) crisi in Kirghizistan, l’Europa si è a malapena accorta delle violenze scoppiate a giugno a Osh, nel sud del Paese. Bilancio ufficiale: 316 morti, anche se il capo di stato Roza Otunbaeva suggerisce 2mila. Poi 100mila profughi e 400mila sfollati che prima di fuggire dalle loro case hanno disegnato sulle strade grandi Sos sperando che i satelliti avrebbero rilanciato la richiesta di soccorso. I satelliti hanno riferito, ma la vicenda è rimasta notizia da scovare sul web.

Un tempo importante mercato sulla Via della Seta, oggi Osh è tagliata fuori dalle grandi rotte del commercio, con due eccezioni: prodotti cinesi e narcotraffico. Questa crisi – tra la preoccupazione di rito dell’Ue, la cautela Usa e il mancato intervento russo – conferma quanto la comunità internazionale sia poco interessata a farsi carico di un altro pezzetto di mondo a enorme rischio instabilità. Per ora interna, poi chissà. Ma cosa è davvero accaduto nella città di Osh, 4.952 km da Roma, 3.066 da Mosca, solo 134 dal confine cinese. Dopo lo spodestamento del presidente Kurmanbek Bakiev, in aprile, il Sud è il fianco debolissimo del nuovo gruppo al potere guidato dalla Otunbaeva, oggi la prima donna capo di stato dell’Asia centrale. Ai kirghizi del Sud – più poveri degli uzbeki dediti al commercio - non è piaciuta l’uscita di scena del leader avvocato dell’etnia a scapito delle minoranze russa e uzbeka. Così, forse con l’aiuto di un regista “pro-Bakiev”, i kirghizi hanno attaccato i vicini di casa uzbeki. Una minaccia, ora che il loro ex presidente è a Minsk e le nuove autorità prospettano un taglio con il passato. Insomma un conflitto politico sfociato in scontri etnici in una zona dove etnia e interessi corrispondono.

La dinamica non è nuova: negli Anni ’90 a Osh migliaia di persone furono uccise in violenze interetniche . All’epoca fu l’esercito sovietico a riportare l’ordine, mentre oggi stupisce che Mosca non raccolga l’invito di Otunbaeva a intervenire. L’astensione russa, però, spiega molto. Entrare in Kirghizistan diventare un pantano politico. Meglio attendere di agire “in gruppo”, riservandosi di reclamare i diritti di sfera d’influenza su altre questioni, tipo la presenza militare Usa a Manas.

Orietta Moscatelli, giornalista, per sei anni corrispondente da Mosca del Messaggero, è caporedattrice di “Nuova Europa” dell’Apcom




Figura di Dmitri Divin

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