L’identità russa tra politica e fede

Il Primo Ministro russo Vladimir Putindurante una liturgia ortodossa.Foto di Konstantin Zavarzhin, RG

Il Primo Ministro russo Vladimir Putindurante una liturgia ortodossa.Foto di Konstantin Zavarzhin, RG

A Mosca la Chiesa ortodossa non valorizza la differenza istituzionale tra Chiesa e Stato ma vede nella composizione del possibile conflitto l’essenza stessa del messaggio cristiano.
   
   L’ex presidente e attuale premier russo, Vladimir Putin ha sempre saputo dare la giusta importanza alla memoria storica dei russi. E non ha mai rifiutato alla Chiesa ortodossa un ruolo importante nella società russa. D’altra parte non può dimenticarsi che, dai primi anni ’90, il rapporto di questo leader politico con la Chiesa ortodossa fu progressivamente sempre più intenso. Già con Eltsin presidente la Chiesa aveva ritrovato un equilibrato rapporto con il potere statuale ma non si può scordare che il Patriarca Alessio II fu convocato al Cremlino per benedire il passaggio di consegne tra il vecchio Eltsin e il giovane Putin. Una scena, vale la pena di ricordarlo, che si ripeterà diversi anni dopo quando sempre Alessio II benedisse la scelta di Dmitrij Medvedev di cui conosceva bene la religiosità come quella della moglie, Svetlana, assai vicina alla Chiesa ortodossa.

Dunque, come è accaduto nella storia dell’Europa cristiana e ancora accade nella monarchica Gran Bretagna, alla Chiesa è riconosciuto il compito di incoronare il Capo dello Stato. Il Re, la Regina. O lo Zar. Putin è stato accusato di agire da Zar, di sentirsi Zar. Proprio per questo ha vinto. Ha ridato l’immagine di una Russia che si impone ai boiardi all’interno e fa sentire la sua voce nella politica mondiale. È riuscito nell’impresa – disperata al momento della sua nomina a premier nel agosto 1999, ai tempi di Boris Eltsin – di equilibrare la spinta liberista con il sentimento dell’identità del suo popolo intorno ad uno stato credibile. Ha ricostituito una nazione dalle ceneri della Guerra fredda difendendone le radici più profonde, come dimostra in modo esemplare la scelta del governo Putin di preservare il riferimento a Dio nell’inno nazionale russo.

E qui arriviamo al tema dell’identità russa e del successo di Putin (e poi di Medvedev) dopo i difficili anni di Eltsin. Un esempio: nel 2010 sarebbe impensabile una pellicola celebre come “Air Force One”, il film che descrive il presidente degli Stati Uniti come il “salvatore” della nuova Russia insidiata dai moti comunisti di alcune ex repubbliche sovietiche e il presidente russo come poco più di un fantoccio totalmente dipendente dalle richieste di Washington. La Russia è tornata. Piaccia o no. L’Occidente, a volte a corto di memoria, aveva dimenticato che la Russia è sempre la Russia, che io russi sono un popolo che possiede una concezione della propria realtà nel mondo che trascende i confini nazionali. La Russia interpretata da Medvedev e Putin è la Russia che riscopre il proprio senso di identità all’interno della cornice di valori occidentali, in chiave di democrazia e mercato.

Una cosa, questa, che aveva capito Don Gianni Baget Bozzo (scomparso un anno fa), intellettuale cattolico italiano sempre attento alla politica internazionale. Lui ha avuto un’idea precisa del rapporto tra la Chiesa ortodossa e lo Stato partendo dalla considerazione che, nonostante la lunga parentesi comunista, il Cristianesimo è parte essenziale della cultura russa, così come lo è in Occidente.

In sintonia con quanto più volte affermato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Baget Bozzo ricordava come il carattere moderno della società europea, sia essa occidentale od orientale, debba la propria esistenza alla Cristianità italiana, russa e polacca che si opposero tenacemente e con successo alla conquista islamica. Da osservatore della missione della Chiesa nel mondo, Baget nel 2008 osservava anche che «non era stato previsto che le Chiese ortodosse, greca e slave, sarebbero tornate un soggetto della politica: e che l’epicentro del fenomeno fosse la Russia di Putin, nella sua composizione di zarismo e sovietismo. Dopo la fine del comunismo, ciò che è rimasto all’Est è la storia precomunista: e la storia precomunista rimasta, vivente in Russia come nei Balcani, è la Chiesa ortodossa».

Il punto chiave, di questa storia religiosa e politica, è che ‹‹le Chiese ortodosse non valorizzano la differenza istituzionale tra Chiesa e Stato ma vedono nella composizione del possibile conflitto l’essenza stessa del messaggio cristiano››. Questa visione ha permesso di sopravvivere a settant’anni di comunismo. Con alcuni compromessi, certo. Tuttavia il ruolo attuale che la Chiesa ortodossa ha nella società russa e la sua relazione con lo Stato è un fenomeno normale, condizionato dallo sviluppo storico della Russia e la natura stessa della Chiesa ortodossa. Il nazionalismo russo di cui sono interpreti autentici e concordi il Presidente Medvedev e il premier russo Putin riconosce alla Chiesa ortodossa il ruolo di “Chiesa Russa” o, se si preferisce “Chiesa dei Russi”. Portatrice, cioè, di valori, principi e tradizioni che sono parte integrante dell’identità della Nazione e che, per questo, lo Stato deve difendere.

Andrea Camaiora è giornalista e autore del libro “Don Gianni Baget Bozzo. Vita, morte e profezie di un uomo contro” (Marsilio editore)

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