L’arte russa guarda al futuro

Un quadro della serie “La cena di Trimalcione” diAES+F.Illustra l’unico capitolo del romanzo “Satyricon”di Petronio, poeta romano contemporaneodi Nerone, conservatosi quasi integralmente

Un quadro della serie “La cena di Trimalcione” diAES+F.Illustra l’unico capitolo del romanzo “Satyricon”di Petronio, poeta romano contemporaneodi Nerone, conservatosi quasi integralmente

A quanti cercano un segno complessivo di quanto l’arte russa sia cambiata dalla caduta del comunismo a oggi, basterebbe solo dare uno sguardo alla lunga barba sale e pepe di Oleg Kulik.

Noto per le sue performance da “uomo-cane” degli Anni ’90 nelle quali andava in giro nudo, scappando da un guinzaglio o mordendo la gente, negli ultimi mesi Kulik ha progettato una “liturgia spaziale” per un’opera di Monteverdi in scena al Théâtre du Châtelet di Parigi (è per quest’opera che si è fatto crescere la barba) ed esposto alla Biennale di Mosca. Questa trasformazione da bestia nera a figura riconosciuta sarebbe stata impensabile vent’anni fa. Decenni di censura sovietica avevano portato i pochi artisti “non-conformisti” del Paese a scegliere la clandestinità e organizzare mostre nei propri appartamenti o performance tra i boschi. Molti di loro, tra cui il concettualista Ilya Kabakov, hanno lasciato il paese non appena possibile.

L’art performance

Crollata l’Unione Sovietica, il mondo dell’arte russa ha dovuto ricominciare da capo. Negli Anni ’90 la scena artistica moscovita si è sviluppata in quattro gallerie e in un centro “sovvenzionato” dallo Stato che però non poteva più contare su alcuna sovvenzione. In parte come reazione contro l’inesistente mercato dell’arte, molti ripiegarono sull’arte nichilista e sulle performance, forma d’arte invendibile.

Kulik naturalmente giocò un ruolo di primo piano come pure l’anarchico Anatoly Osmolovsky che inscenava performance nella Piazza Rossa recitando testi teoretici o altri persino osceni. Sebbene quel clima di ristrettezza finanziaria sia passato, l’esperienza degli Anni ’90 ha fatto sì che l’arte russa restasse una dimensione limitata a un centinaio di artisti come in passato sotto il regime sovietico.

Con l’arrivo dei nuovi ricchi e l’istituzione nel 2007 della Triumph Gallery visitabile solo su prenotazione, il numero di gallerie è salito a cinque. Ma gli artisti contemporanei russi restano pochi. L’artista e gallerista Aidan Salakhova ne conta 101: una cifra desolante se si pensa che solo New York ne ospita 130mila. È per questo stesso motivo che l’arte russa è generalmente priva di movimenti, tendenze e reazioni politiche. È al contrario individualista.

Le mostre

A parte Kabakov, Kulik e una manciata di altri, sono pochi gli artisti russi noti in Occidente al di fuori della ristretta cerchia di esperti e specialisti. L’arte russa raramente è in mostra in gallerie e musei all’estero. La situazione, tuttavia, sembra migliorare. L’ultima Biennale di Venezia ha registrato un numero record di artisti russi come Pavel Pepperstein, i cui acquerelli raffiguranti “paesaggi del futuro” hanno giustamente conquistato la giuria, o Igor Makarevich e Elena Elagina. Grazie a ciò, alcuni dei migliori artisti del movimento concettuale sembrano finalmente ottenere qualche riconoscimento.

Anche in Russia la scena sembra allargarsi. La mancanza di spazi espositivi si sta gradualmente colmando grazie a imprese private e al recupero di vecchie aree industriali come il complesso Winzavod o l’ex fabbrica di Cioccolata Ottobre Rosso. Novità che hanno suscitato uno straordinario interesse nei giovani come ha osservato recentemente la rivista “Afisha”, bibbia delle ultime mode. C’è anche molta speranza nei giovani artisti, specie in quelli che si muovono nel genere astratto e negli ex membri del gruppo Radek che si ispirava all’anarchico Osmolovsky. L’arte russa avrà pure ancora molta strada da fare, ma è andata incredibilmente avanti in poco tempo: tutto lascia presagire, che, come la barba di Kulik, possa continuare a crescere anche di più.


A Venezia le “Russie” del Novecento

Cento anni di arte russa: dallo Zar a Putin. Tre Russie: dall’Impero all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, alla nuova Federazione. È questo l’arco di tempo abbracciato dalla mostra in corso a Venezia, presso Ca’ Foscari Esposizioni, sino al 25 luglio. Una vera e propria panoramica dell’arte russa del ventesimo secolo: dall’arte figurativa russa e sovietica dei primi del secolo al movimento “underground”, senza tralasciare la produzione degli anni Novanta. In mostra, tra le altre, opere di Ekster, Chagall, Kandinskij e Malevic (nella foto: La fioraia, 1903), Tatlin e Fal’k.

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