Cinema russo del Duemila: sullo schermo realtà e ricordi

Fotogramma del film “L’ammiraglio”, storia diun ammiraglio della marina zarista russa Aleksander Kolchak,fucilato nel 1920 dai bolscevichi. Foto di XX Century Fox

Fotogramma del film “L’ammiraglio”, storia diun ammiraglio della marina zarista russa Aleksander Kolchak,fucilato nel 1920 dai bolscevichi. Foto di XX Century Fox

Un racconto che guarda al futuro non dimenticando il proprio passato: dai primordi dell’era zarista in decadenza alla Russia di Medvedev.

“L’arte comincia solo a partire dal momento in cui l’associazione tra il suono e la rappresentazione visiva non è più semplicemente registrata secondo il rapporto esistente in natura ma è istituita secondo il rapporto richiesto dai compiti espressivi dell’opera”. Per entrare nell’immaginifico - fatto di visioni, suoni, passioni, identità, amore e morte, storia e romanzo – di oltre un secolo di cinema russo, queste parole sul montaggio scritte, nel 1940, dal registo Sergej M. Ejzenstejn (uno dei più grandi autori russi, tra i suoi film ricordiamo Ottobre e La corazzata Potëmkin) sono il passepartout più adatto.

Come in ogni vicenda umana, infatti, la storia del cinema russo, è la narrazione di una cinetica, di vite, di uomini e donne in continua mutazione, un racconto che guarda al futuro non dimenticando il proprio passato: dal cinema dei primordi dell’era zarista in decadenza a quello dalla Russia di Medvedev. In Italia, in giugno, si è svolta a Pesaro la 46ma Mostra Internazionale del Nuovo cinema, nell’ambito del Film Festival, con un’ampia sezione dedicata al cinema russo del Duemila e – anche alla luce delle opere dei nuovi registi russi - le parole di Ejzenstejn ci appaiono la guida ideale per addentrarsi nel lucernario dell’infinito. Quello acceso dalla macchina da presa sui fotogrammi e sulla fantasia degli spettatori.

Il percorso sul nuovo millennio da cinemascope comincia attraverso una galleria di registi e di film: tra questi Aleksey Popogrebsky autore di Roads to Koktebel, pellicola codiretta con Boris Khlebnikov. C’è poi Aleksey Balabanov che con i suoi film più recenti mette sotto il microscopio l’incomunicabilità e l’insofferenza d’esserci dei nostri tempi, così digitali ma così solitari. Tra le sue pellicole ricordiamo Morphia (2009), tratto da un racconto di Mikhail Bulgakov, il racconto di un giovane medico che, travolto dalle difficoltà del suo nuovo incarico in un ospedale di provincia, diviene tossicodipendente (morfina) e It Does Not Hurt (2006), la storia dell’incontro tra una giovane donna bella e depressa (interpretata dalla star russa Renata Litvinova che recita accanto a Nikita Mikhalkov) e un gruppo di ragazzi intraprendenti che le faranno tornare la voglia di vivere. C’è poi Piotr Buslov, con il suo Boomer, che incarna il primo esperimento film pulp russo: un racconto di quattro amici che si ritrovano braccati tra le strade notturne di Mosca.

E’ un cinema insofferente, autoriale, di dolore contemporaneo, di realtà, che si va mischiando - in quel ricco universo culturale e spirituale che è da sempre la Russia - al cinema identitario, di ricerca delle proprie radici, di ricordo di quel che si è stati. Capolavoro di questo genere è sicuramente “L’ammiraglio”, storia appunto di un ammiraglio della marina zarista russa Aleksander Kolchak, fucilato nel 1920 dai bolscevichi. Il protagonista allo scoppio della Rivoluzione d’ottobre, è in viaggio come osservatore militare in Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone. Gli inglesi lo convincono a tornare in patria. Dalla Siberia tenta un’impossibile rimonta con le truppe bianche fedeli allo zar. La neve diventa rossa di sangue dei controrivoluzionari, fra cariche di cavalleria e cannonate. In una delle scene più drammatiche i bolscevichi legano un macigno a un ufficiale zarista e lo buttano a mare. Un film che recupera l’identità russa, anche quella del periodo zarista, legandola ad un modo di essere e di vivere ben più forte dei regimi politici (zarismo, comunismo, fine del comunismo) che hanno attraversato il Paese nei secoli.

Il regista, Andrei Kravcuk, 48 anni, di San Pietroburgo, parlando della sua pellicola ha detto: “E’ molto importante parlare della storia del nostro paese e dei nostri ufficiali. Così riscopriamo la dignità e la nozione di patria”. Tutti figli del XXI secolo, certo, questi registi e questo cinema. Ma anche di una terra non più sovietica che si porta addosso cent’anni di cinematografo e secoli di vita. Si porta dietro Ejzenstejn (1898-1948), con la sua teoria sul montaggio delle attrazioni e il significato delle immagini. Si porta dietro il regista Dziga Vertov (1896-1954) con tutto il suo lavorio teorico, sintetizzato in quella che è forse la sua opera più famosa: L'uomo con la macchina da presa (1929). Un film rivoluzionario che ha cambiato la semantica dell’inquadrare, prima regola del linguaggio cinematografico. L’ha cambiata spostando l’oggetto delle riprese e facendo della macchina da presa il protagonista, l’autodafé di un racconto rovesciato.

E ancora: si porta dietro, questo cinema russo, Lev Kulešov (1899-1970), il primo a teorizzare come il significato le immagini lo prendano non da un singolo fotogramma ma dalle sequenze che lo precedono e lo seguono. Si porta dietro, inoltre, la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta (sino al 1968, data dell’invasione sovietica di Praga) quelli meno noti – forse – agli italiani, quando cominciò la riscoperta del privato, della conflittualità dei sentimenti, della ricerca di grandi forme espressive da troppo tempo imprigionate nel realismo di maniera e di regime. Sono di quegli anni registi e autori come Mikhail Kalatozov (Quando volano le cicogne, 1957), Elem Klimov, Gleb Panfilov e Andrej Tarkovskij che darà vita a pellicole anti-accademiche e spirituali (ricordiamo, tra gli altri, Andrej Rublëv, 1966), dopo decenni di imprimatur stalinista sull’immaginario sovietico del Novecento. Un ciak di nomi e di cognomi. Di ieri e di oggi. Perché in fondo - come ripeteva il regista americano Orson Welles - “gli uomini sono sempre più interessanti delle idee”.

Massimiliano Lenzi è giornalista e autore televisivo



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