La « dottrina Obama » : Usa e Russia insieme

Ieri il nazismo, oggi il terrorismo. Quando il giornalista Sergey Brilev, di Channel Rossiya tv, chiede al presidente Usa Barack Obama quale sia oggi il nemico comune di Russia e Stati Uniti, 65 anni dopo la battaglia comune contro il delirio di onnipotenza di Adolf Hitler che minacciava l’Europa e il mondo, il presidente americano risponde: “Il primo è il terrorismo. Subito dopo il doppio attentato nella metropolitana di Mosca dello scorso marzo chiamai il presidente Medvedev per dirgli che gli Stati Uniti erano a disposizione di Mosca nella caccia ai responsabili”. Aggiungendo: “Credo che i Paesi devono lavorare insieme per far sì che questi terroristi vengano catturati e la loro rete distrutta”.

Le parole sulla Russia di Barack Obama, pubblicate sui principali quotidiani occidentali (anche italiani), segnano una svolta – peraltro già visibile nelle cose – nei rapporti tra Washington e Mosca. Una svolta che, volendo cercare riferimenti nella storia delle relazioni internazionali, sempre complicate perché hanno a che fare con il potere e l’autonomia dei singoli Stati – segna un contrappasso ed una direzione opposta rispetto alla dottrina Truman, la linea americana nei confronti dell’URSS adottata all’indomani della fine della II guerra mondiale. Cos’era la dottrina Truman? Per dottrina Truman si intende la strategia politica ideata dall'allora presidente degli Stati Uniti d'America Harry S. Truman il 12 marzo 1947, in un discorso tenuto alle Camere in seduta comune, prendendo spunto dai casi di Grecia e Turchia, nazioni che allora avevano lasciato intravedere la possibilità di una resa di fronte all'espansionismo sovietico. In sintesi la dottrina si proponeva di contrastare le mire espansioniste dell'avversario comunista in Europa ed in Asia, puntando sul contenimento delle zone d’influenza di Mosca.

Da allora son trascorsi più di sessant’anni e al posto del containment di Truman oggi gli Stati Uniti adottano la politica del dialogo verso Mosca. In sintesi giornalistica la potremmo chiamare dottrina Obama. Ne parliamo perché, nonostante il dialogo pragmatico sui problemi reali del mondo, ci sono ancora intellettuali, opinionisti e politici, in Occidente, che parlano dell’approccio alla Russia in termini di contenimento. Alcuni sostengono addirittura, entrando nel revisionismo storico, che il ruolo dell’Urss nella vittoria del 1945 non fu così determinante. “Pensate – si chiedono – che senza Stalingrado l’Europa sarebbe stata integralmente hitleriana?”. Una domanda retorica, che non tiene conto dei fatti, sedimentati dal tempo. Che Stalin, allora alla guida dell’URSS, sia stato un despota è un argomento (con ragione) che però non può inficiare il ruolo del popolo russo nella resistenza al nazismo. Perché i fatti non vanno mai confusi con le opinioni, anche se i fatti sembrano lontani dal modo di vedere le cose di chi scrive.

Per questa ragione le parole dette da Obama, nel 2010 della Russia del Presidente Medvedev, assumono un valore che oltreché politico è storico. Quando Obama argomenta le ragioni del suo appoggio alle consultazioni Nato-Russia (una linea in cui, in Europa e non solo ha giocato un ruolo importante anche il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi), rende pubblica una linea di politica estera degli Usa verso la Russia.

Spiega il presidente americano: “Il presidente Medvedev ha alcune idee per una nuova architettura della sicurezza in Europa. Le stiamo esaminando. Le prendo in seria considerazione. Credo però che la cosa più importante a questo punto sia lavorare con le istituzioni esistenti per vedere se possiamo ricostruire la fiducia perduta. Per esempio, ho appoggiato le consultazioni Nato-Russia in modo molto più sistematico del passato. La mia sensazione è che tutti i membri della Nato vogliano un rapporto forte, collaborativo con la Russia. Ci sono alcuni principi fondamentali che riteniamo debbano essere osservati nella cornice della cooperazione: il rispetto dell’integrità territoriale all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti; la convinzione che la sovranità di un Paese include la scelta degli alleati; il rifiuto del concetto di sfere d’influenza. Le vere minacce contro il benessere dei russi e degli americani hanno a che fare con la proliferazione delle armi nucleari, con le catastrofi ambientali, con l’economia integrata per cui una crisi in Grecia può colpire i mercati mondiali. Sono tutte situazioni in cui è necessaria la cooperazione piuttosto che l’antagonismo. Credo che il presidente Medvedev lo riconosca”.

E il presidente russo non solo lo riconosce ma lo va dicendo da diverso tempo. Anche durante il suo intervento ufficiale, il 9 maggio a Mosca, per il 65mo della vittoria sul nazifascismo, Medvedev ha ribadito l'importanza di queste celebrazioni condivise per la vittoria (ndr, quest’anno, nella capitale russa, hanno sfilato per la prima volta anche soldati di paesi della Nato: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, invitati come nazioni a quell'epoca alleate dell'Urss). “Un modo – ha detto – per ricordare la lezione della storia, per collaborare tra Stati ed impedire altre tragedie nel futuro”. Perché la dottrina Truman, nel 2010, dovrebbe appartenere al passato.

Massimiliano Lenzi è giornalista e autore televisivo

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