Pericolo instabilità

Il tragico attentato alla metropolitana di Mosca eseguito da due donne kamikaze il 29 Marzo scorso non può essere considerato un episodio isolato ma il segnale d’allarme di un più complesso gioco interno ed esterno alla Russia, diretto a indebolirne la immagine di “paese normale” raggiunta finora dal tandem di governo Putin-Medvedev.

Il fatto che, a distanza di quasi sette anni da analoghi episodi criminali, l’attacco terrorista sia accaduto a ciel sereno e che sia stato rivendicato da un tipo losco come quel Doku Umarov, il cosiddetto “Emiro del Caucaso” deciso ad esportare la guerriglia nel territorio russo “in nome di Allah”, non dice ancora tutto sul progetto di destabilizzazione in cui probabilmente s’inserisce la violenza separatista-islamica.

L’infame massacro di civili effettuato nelle due principali stazioni del metrò di Mosca (Piazza Lubianka e Gorky Park) sembra intenzionato piuttosto a mostrare ai russi la impotenza dello Stato di fronte alla “geometrica potenza” degli attentatori. La scioccante sensazione di vulnerabilità che si è diffusa nella opinione pubblica tende a inficiare da una parte l’efficace “politica della forza” seguita finora da Mosca nei confronti delle violenze indipendentiste del Caucaso, mentre dall’altra impone ai governanti una più incisiva repressione con l’esigenza di irrigidire gli apparati di sicurezza e il controllo antiterrorista. Il rischio conseguente di una eventuale riduzione dei già fragili spazi di democrazia nella Federazione russa potrebbe così concorrere di fatto a mettere in crisi la produttiva intesa politica, tuttora in piedi, tra i tecnocrati-modernizzatori alla Medvedev e la nomenclatura statale degli uomini di Putin (i cosiddetti “siloviki”).

Alla rottura di questo equilibrio di potere - con l’avvicinarsi delle prossime elezioni presidenziali, previste per il 2012 - guardano con evidente interesse tutte le forze di opposizione, a partire dall’ex campione di scacchi, Garry Kasparov, il quale dopo l’attentato ha subito insinuato il possibile ruolo svolto dai servizi segreti in una sorta di “strategia della tensione” finalizzata a reprimere e far tacere il crescente malcontento popolare. Ma certe accuse sono paragonabili solo alle inconsistenti dicerie di chi dopo l’11 Settembre 2001 giunse ad adombrare il coinvolgimento dei servizi Usa nell’attacco alle Due Torri di New York. Ben altro è invece lo scenario in cui si inserisce la mano occulta del terrorismo a impronta islamica nel momento in cui la Federazione Russa, dopo avere rischiato l’anarchia e il collasso economico sotto il dominio di Boris Eltsin, è tornata con Putin a dare più forza allo Stato e ad assumere un ruolo di primo piano nella politica internazionale. Non è d’altra parte un segreto per nessuno che la tormentata area del Caucaso (Georgia, Cecenia, Daghestan, Azerbaijan) è al centro di un big game intensificato dalle diverse rotte di politica energetica che mettono alla prova interessi vitali del mondo occidentale in una competizione strategica tra Europa, Russia e Usa.

In un simile contesto, che va dalle frontiere mediterranee dell’Europa fino ai confini dell’Afghanistan, si inseriscono le tendenze dell’islamismo più aggressivo che nelle crepe della politica russa individuano il “ventre molle” di cui approfittare soffiando sul fuoco di ogni possibile contrasto esistente tra Mosca e i suoi interlocutori occidentali. Anche per questo l’attentato del 29 Marzo lascia prevedere una situazione di pericolosa instabilità non limitata ai confini della Federazione Russa. Un grande vecchio del terrorismo come Bin Laden sembra per ora dormire sonni tranquilli, ma non è improbabile che pensi di nuovo a far parlare di sé.

Duccio Trombadori è un giornalista e sindacalista italiano

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