La Russia si divide sul ruolo di Stalin (+Sondaggio)

Un corteo di veterani russi per le vie di Mosca.  Foto di Andrey Stenin, Kommersant

Un corteo di veterani russi per le vie di Mosca. Foto di Andrey Stenin, Kommersant

Fu un eroe della guerra patriottica o un demone delle persecuzioni? Comincia da qui, da una domanda tragica segnata nella storia e nella memoria, la contraddizione della Russia di oggi che si interroga sul passato. E su una data: il 9 maggio 1945.

Il nostro viaggio – fatto di passioni, divisioni, senso di identità, differenze - nel dibattito che anima la Russia del XXI secolo parte da quel nove di maggio sul calendario e lo sposta in avanti di 65 anni, all’oggi quando - tra poche settimane - in Russia cadrà l’anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica (per noi italiani il II Conflitto Mondiale) contro la Germania di Adolf Hitler. Mentre il Paese si sta preparando alle celebrazioni di un evento che ha comunque contrassegnato gli esiti della storia moderna, a Mosca e dintorni si discute da tempo sulla figura di Stalin, il capo di allora. Volendo sintetizzare la domanda che ricorre è: il suo ruolo fu determinante nella vittoria contro il nazismo oppure i suoi orrendi delitti sono l’unico segno della sua parabola terrena? Ed allora, è giusto celebrarlo come un eroe della II guerra mondiale?

I russi, nelle memorie del loro sottosuolo e sulla pelle di molte persone che hanno avuto babbi, mamme, zie, parenti, amici, mogli, figli, portati nei gulag, arrivano a questo anniversario profondamente divisi. Il presidente Dmitri Medvedev, in più di un’occasione, ha sottolineato che nulla può giustificare le milioni di vittime delle “purghe” di Stalin, aggiungendo che il ricordo degli immani crimini del dittatore sovietico non si può tacere. “La memoria – queste le parole del presidente russo - delle tragedie nazionali è sacra tanto ed è molto importante che i giovani siano capaci di provare compassione per una delle più grandi tragedie della storia russa”. Una posizione, quella del presidente, condivisa anche dal suo partito, Russia Unita, lo stesso del premier Vladimir Putin. Per i comunisti di Zjuganov (il cui partito è all’opposizione), invece, “tutti i comandanti del fronte del 1945 riconobbero il talento militare di Stalin e non avrebbero mai immaginato una vittoria militare senza di lui”.

Su una cosa almeno i russi sembrano essere d’accordo: la resistenza e la vittoria contro gli eserciti di Hitler si devono all’eroismo quotidiano dei soldati e del popolo. Un punto di condivisione, questo, che non risparmia però il confronto sulla figura del dittatore sovietico, tenuto vivo anche dalla decisione, del comune di Mosca, poi ritirata, di far installare in vista del 65mo anniversario della vittoria del 9 maggio (dove, quest’anno, per la prima volta alla parata militare sfileranno anche simbolici contingenti americani, inglesi e francesi) nella capitale foto e pannelli che ricordino lo Stalin della guerra. Nonostante il dietrofront sulla cartellonistica la Russia che dibatte e si divide su Stalin incarna il segno di una nazione che fa i conti con la propria identità e con un passato fatto di imperi, quello zarista prima e quello sovietico poi, sfociato nella decadenza brezneviana e nella fine dell’Urss. Questa identità, nei primi anni Novanta, si era trovata stravolta dall’avvento di un capitalismo selvaggio e dal trionfo di un modello occidentale verso il quale non c’era stato neppure un minuto di adattamento. Anche per questo, oggi, nel 2010, capire il senso del dibattito su Stalin significa cercare di cogliere l’identità verso cui si muove la Russia contemporanea. La destalinizzazione non c’entra, i conti con quella – seppur lentamente ed a singhiozzo – la Russia ha cominciato a farli dai tempi di Nikita Krusciov ed oggi la critica dello stalinismo pare un sentire comune. La discussione sul dittatore sovietico e invece sul suo ruolo nella II guerra mondiale – eroe o soltanto criminale? – ed è un’altra cosa, più profonda perché ha a che fare con l’identità di un passato.

Volendo spingersi in un paragone con l’Italia, il dibattito russo di questi mesi rammenta, per certi versi, il rapporto - dopo la II guerra mondiale - tra gli italiani e la figura di Benito Mussolini. Con due differenze enormi: primo, Mussolini era fascista ed alleato di Hitler e, secondo, la guerra l’aveva persa insieme alla vita. Detto questo, in Italia quando Renzo De Felice, uno storico laico e antifascista cominciò a scrivere la sua monumentale biografia di Mussolini, mettendoci dentro le luci e non solo le ombre, apriti cielo! Gli antifascisti più intransigenti lo criticarono, nelle Università lo fischiavano e via discorrendo. Eppure De Felice, storiograficamente, aveva colto un dato: nella sua lunga parabola politica Mussolini non fu soltanto l’alleato di Hitler ma molte altre cose, alcune della quali positive. Fu ed è – volenti o nolenti – un pezzo di storia italiana. In Russia in questi mesi sta succedendo il contrario: Stalin, che la II guerra mondiale l’aveva vinta, comincia ad essere rivisto anche per quel che riguarda il suo contributo alla vittoria sul nazismo, dopo che in passato – ai tempi dell’Urss ante-Krusciov – era stato mitizzato e non soltanto dai comunisti sovietici. Che lo stalinismo sia stato un regime violento e criminale, è un dato. Il punto è che Stalin non fu soltanto quello ma incarna qualcosa di più complesso, fermi restando i suoi delitti. Su questo, laicamente, in Russia, stanno ragionando – opinione pubblica compresa. Per conto nostro riteniamo sia impossibile, 65 anni dopo la sua fine, dire se la Guerra patriottica russa contro il nazismo sarebbe stata vinta anche senza Stalin alla guida dello Stato. Sì, no, forse? Di sicuro non sarebbe stata vinta senza l’eroismo del popolo russo, i cui sacrifici non possono esser certo sminuiti dai delitti staliniani. Quanto al resto, come recita un antico proverbio italiano, “con i se e con i ma non si fa la storia”. Tutt’al più si fa un dibattito.



Il sondaggio

Come guarda a Stalin?

La domanda è stata posta alla popolazione russa in vista dei festeggiamenti per il 65° anniversario della Vittoria sul nazifascismo. Nell’arco di dieci anni, l’atteggiamento della società russa nei confronti di Stalin è cambiato radicalmente: sono sempre più numerose le persone che guardano a lui con indifferenza.












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