In fila per il mio sogno italiano

Disegno di Igor Demkovsky

Disegno di Igor Demkovsky

Vivrò e studierò in Italia! Quando mi sono decisa a pronunciare ad alta voce questa frase, ho provato tutto un insieme di emozioni possibili e immaginabili: dall’entusiasmo al panico, dalla commozione allo sbalordimento e in qualche misura anche l’indignazione. Benché io non abbia mai avuto dubbi sulla decisione di trasferirmi in Italia, che era direttamente legata a piacevoli circostanze della mia vita, ugualmente, nella mia testa moscovita, continuavano a girare domande alle quali in quel momento non riuscivo a trovare una risposta. Ciononostante vivo in Italia già, o soltanto, da sei mesi, dipende da come si vuole misurare…

Malgrado precedentemente fossi stata molte volte in Italia, e in generale mi fossi già formata una certa impressione sul modo di vivere, il mondo e la cultura di questo popolo ospitale e veramente “caldo”, prima non avevo mai avuto a che fare con la “famosa” macchina burocratica italiana, la quale funziona in base a regole e leggi note solamente ad essa stessa e a una velocità decisamente rilassata.

Tutto è cominciato con la consegna dei documenti per avere il permesso di soggiorno. Qualsiasi straniero, che non sia cittadino di uno Stato comunitario, deve entro otto giorni depositare all’esame delle autorità italiane un pacchetto di documenti abbastanza massiccio. Per presentare questi documenti bisogna prima di tutto andare all’ufficio postale per prendere i moduli speciali. Non basta però semplicemente andarci: devi prima capire in quale ufficio delle poste italiane e a quale sportello specifico di questo ufficio reperire questi documenti. Per rispondere a tutte queste domande, potrebbe non bastare una mezza giornata.

Grazie, forse, alla mia buona sorte, sono finalmente riuscita a trovare lo sportello postale specifico. A quel punto, ho cercato di spiegare in una miscela inimmaginabile di italiano, inglese e linguaggio gestuale che cosa mi servisse in sostanza e soprattutto perché. Nel mio caso l’inizio non è stato per niente semplice.

La signora dello sportello, molto probabilmente non troppo “amante” di “potenziali” immigrati e anzi infastidita, mi ha buttato in faccia la busta brontolando qualcosa a denti stretti. Mi sono sentita riempita di un sentimento vicino alla disperazione, ma mi sono convinta che la signora fosse semplicemente di cattivo umore e che il problema non fossi io. Ritornata a casa per compilare tutti i moduli, che per ragioni incomprensibili sono disponibili solo in lingua italiana, dopo un’ora o due sono ritornata alle Poste. Stavo già per avvicinarmi allo sportello, ma proprio quando toccava a me è iniziata la pausa pranzo che in Italia, per ragioni puramente nazionali e tradizionali, dura più di un’ora. L a pausa pranzo, come qualsiasi pasto in genere in Italia, è un rito importante che nessuno mai salta o rimanda. Sotto questo aspetto gli italiani sono quanto mai disciplinati.

Dopo il lungo intervallo ritorno di nuovo alle Poste (per la terza volta nell’arco di una giornata) in uno stato leggermente depresso e, tra me e me , preparata a un nuovo round di scontro con la signora dello sportello. Con mia grande sorpresa, invece di un nuovo atto di resistenza e ostilità, la signora stavolta sfoggia un affabile quanto inaspettato sorriso. Forse ha apprezzato la mia insistenza e il desiderio incrollabile di arrivare alla parola “fine”. L a signora, quindi, accetta i documenti senza alcun problema o eccessivi cavilli. Il nostro scontro iniziale si è trasformato in un incontro tra buoni amici, anche se di veloce conoscenza. Il ghiaccio si è sciolto senza lasciare traccia… Uscita dall’ufficio postale ho provato una sensazione strana ma deliziosa. Che ha cambiato radicalmente il mio stato d’animo. E mi sono sentita un soldato che ha finalmente vinto la sua battaglia!

Questa storia non ha fatto altro che convincermi che in Italia il contatto emotivo tra le persone ha probabilmente un’importanza nodale nella risoluzione dei problemi, in particolare quelli burocratici. L’Italia è una nazione del Sud, e l’interazione asettica, affaristica, non è molto ben vista. Gli italiani non ci trovano gusto, perché non li anima e non li commuove. Qui, diversamente dai paesi del Nord europeo, devi prima di tutto “finire nell’anima”, “toccare” in qualche modo. Gli italiani devono prima “assaggiarti” per poi decidere come trattarti: “giustiziarti” o “graziarti”.

Niva Mirakyan è studentessa, frequenta un master presso la Luiss Guido Carli

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