Disarmo: l’accordo Russia-USA

È molto probabile che l’accordo russo-americano per la riduzione delle armi strategiche offensive firmato l’8 aprile passi alla storia come l’ultimo patto concluso secondo il modello della guerra fredda.

È molto probabile che l’accordo russo-americano per la riduzione delle armi strategiche offensive firmato l’8 aprile passi alla storia come l’ultimo patto concluso secondo il modello della guerra fredda.

L’esito finale della maratona di trattative costituisce, appunto, un esempio di compromesso accettabile sia dal punto di vista militare che da quello politico. Infatti, ognuna delle parti può considerare l’accordo un successo senza per questo contraddire le asserzioni analoghe della controparte.

La Russia ha tutte le ragioni per affermare che il suo approccio concettuale ha avuto il sopravvento. Erano infatti diversi anni che Mosca esortava Washington a impegnarsi a stendere un accordo che sostituisse il trattato Start-1, ormai prossimo alla scadenza, al fine di preservare il sistema di controllo sugli armamenti nucleari le cui basi furono gettate negli Anni ’70. Tuttavia, l’amministrazione Bush aveva sempre ignorato le proposte del Cremlino cercando di evitare impegni che potessero limitare in alcun modo la libertà di azione degli Stati Uniti. Barack Obama, invece, oltre ad accogliere la proposta russa, ha dato la massima priorità al raggiungimento di un accordo con la Russia.

La sua entrata in vigore segnerà il rispetto di un livello minimo di trasparenza reciproca, assolutamente indispensabile per garantire un rapporto di fiducia minima. Per la Russia questo costituirà inoltre una prova dell’importanza di Mosca sull’arena internazionale. Per quanto si ironizzi sui “resti dell’impero sovietico”, gli Usa non firmano con nessun altro stato accordi internazionali bilaterali basati sul principio di piena uguaglianza.

Anche se i risultati immediati dell’accordo stipulato sono abbastanza chiari, le prospettive a lungo termine del disarmo nucleare e delle relazioni russo-americane restano avvolte nell’incertezza. Le aspettative della Casa Bianca, secondo cui il comportamento di Mosca e di Washington potrebbe servire da esempio per gli altri Stati nucleari, sono destinate a non avverarsi. Infatti, i motivi per i quali altri Stati aspiravano e aspirano tuttora ad acquisire un arsenale nucleare non hanno di fatto nulla a che fare con le relazioni tra la Russia e gli Usa. Si tratta di Paesi che devono risolvere problemi a livello regionale (India, Pakistan, Israele, Iran, Cina) oppure necessitano di un mezzo per contenere l’espansione di un avversario ben più forte (Corea del Nord, Iran).

Non solo, ma questa situazione potrebbe avere un effetto inverso. Se da un lato il disarmo delle superpotenze non è in grado di costringere gli altri Paesi a seguire il loro esempio, la presenza di arsenali relativamente piccoli in una serie di Paesi potrebbe bloccare il processo di disarmo russo-americano. Né gli Usa né la Russia possono permettersi di abbassarsi al livello di Paesi quali la Cina per volume dell’arsenale militare.

Il disarmo nucleare, qualora si voglia raggiungere seriamente questo obiettivo, è possibile solo attraverso la costituzione di un assetto internazionale qualitativamente diverso nel quale il contenimento, a livello globale e regionale, venga garantito da altri strumenti. A oggi questo assetto non esiste nemmeno in forma di progetto e i diversi Paesi continueranno a tutelare i loro interessi con gli strumenti tradizionali. I tempi in cui il Cremlino e la Casa Bianca avevano una tale autorità da costringere gli altri Paesi a fare quello che volevano sono caduti nell’oblio insieme alla “guerra fredda”.

L’essenza delle relazioni russo-americane sta nella necessità di reagire, individualmente o congiuntamente, al crescente squilibrio di forze nel mondo, situazione in cui non solo la Russia ma anche gli Stati Uniti perdono il controllo sui processi in atto, a livello regionale prima che globale. In quest’ottica, l’approccio di Obama al disarmo russo-americano, visto non come fenomeno a sé stante, ma come strumento, è giusto.

Il processo di disarmo a cui eravamo abituati dalla fine dagli anni ’60 sta per terminare. Il format bilaterale non ha più senso. L’idea di includere nelle trattative gli armamenti nucleari tattici, tema su cui oggi si fa un gran parlare, potrebbe provocare una nuova e assurda “militarizzazione” della discussione politica in Europa, senza contribuire alla creazione di un sistema di sicurezza stabile. Se tra alcuni anni la Russia e gli Usa si ricorderanno del trattato Start, significherà soltanto che gli acerrimi nemici di un tempo non sono riusciti a trovare un linguaggio comune su problematiche realmente scottanti e saranno costretti a “resettare” ancora una volta le relazioni. Il mio unico timore è che a quel punto tutte queste peripezie non susciteranno più l’interesse internazionale e riguarderanno soltanto i partecipanti alle trattative.

Fedor Lukjanov è direttore della rivista Rossija v globalnoi politike - La Russia nella politica globale

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