Katyn, 10 aprile 2010: il dolore e l’amicizia

Una catastrofe che porta via vite umane è sempre crudele e insensata. Perché succede? Come mai? La risposta non c'è mai. La risposta che poi arriva nelle formulazioni giuridiche è “causato da questo e quell'altro” ma non serve a lenire il dolore.. E le risposte e il "perché?" delle tragedie non si incrociano (quasi) mai.

Per la Polonia la catastrofe dell’aereo presidenziale è un'altra Katyn. Misticismo, maledizione, orribile coincidenza, difficile definirla. Nel pressi di Smolensk sono morti non solo il presidente con la moglie, non solo la élite politica e militare polacca ("Katyn ancora porta via gli ufficiali", dicono con tristezza a Varsavia). Sull'aereo c'era chi andava ad omaggiare la memoria dei parenti, ammazzati nella foresta di Smolensk, 70 anni fa, dalla crudeltà stalinista. Anche di loro non è rimasto altro, se non la memoria.

Il 12 aprile in Russia è stato dichiarato il giorno di lutto nazionale. Non è mai successo prima, perché a morire non sono i "nostri". Cittadini di un altro Stato, per di più uno Stato che negli ultimi anni era considerato non troppo amico. Ma adesso è venuto fuori che questa suddivisione in "nostri" e "non nostri" non ha importanza. Ed è venuto fuori dopo anni - ormai abbastanza, troppo lunghi - di contrasti politici. Che i contrasti fossero in gran parte un'ossessione? Il fatto non è soltanto quello che il presidente Medvedev ha annunciato il lutto nazionale. E che il premier Putin ha pronunciato parole sui "nostri amici polacchi", senza ombra di ironia. Il fatto sta nei fiori, che a montagne si raccolgono addosso ai muri dell'ambasciata e dei consolati polacchi in Russia. Il fatto sta in quelle persone che il 10 aprile si telefonavano, per scambiarsi due parole di sofferenza: "che disgrazia!". Il loro numero non è possibile stabilirlo con certezza. Ma il lutto russo per le vittime del disastro aereo di Smolensk non è imbeccato, suggerito, ma è sincero, schietto. E’ dovuto al turbamento ed alla più profonda commiserazione per il destino di essere uomini.

E subito diventa evidente quanto questo cambi le cose, quando si stacchi dagli abituali stereotipi. La Russia, nazione sempre famosa per la sua imperforabilità, per la sua burocrazia fredda, in un batter d'occhio annulla l’obbligo dei visti, per non tormentare ulteriormente coloro che hanno il cuore gonfio di dolore. In Polonia, davanti alla fotografia della coppia presidenziale nella cornice di lutto, si fermano immobili non solamente i fervidi sostenitori di Lech Kaczyński. I Primi Ministri russo e polacco la sera del sabato 10 aprile non erano semplicemente l'uno accanto all'altro, erano insieme. Come se la disgrazia purificasse da cose superflue.

Non succede mai niente di male tra coloro che sono smisuratamente lontani l'uno dall'altro. Russia e Polonia non erano, non sono e non saranno lontane l'una dall'altra. Ecco perché hanno tante domande reciproche. Ma ancora di più hanno una vita comune. Normale, umana. Parenti. Lingua. Amici. Cultura. Memorie. Dolore comune. Per quello che successe 70 anni fa. Per quello che è successo nel XXI secolo, il 10 di aprile 2010, un giorno maledetto.

Katyn a lungo è rimasta simbolo delle contraddizioni, a volte sembrava che queste fossero quasi insuperabili. Forse adesso potrà diventare qualcosa di diverso? Quel luogo dove ognuno può fermarsi e capire. Sì, capire: il passato, a volte pesante, finora colmato di offese reciproche, non lo si può cambiare, e non lo si deve dimenticare, ma il presente è un'altra cosa. Dove le offese cedono posto alla empatia. Si riesce a superare la disgrazia solo se accanto ci si trova chi, soffrendo sinceramente, sempre sinceramente ti sostiene.

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