Quelle due ore con Nabokov

Devo fare una confessione sull’inaspettato evento letterario dello scorso anno: L’originale di Laura di Vladimir Nabokov

Se ha allettato amici dai gusti senz’altro migliori rispetto ai miei, ha gettato me in un meno appetitoso stato d’incertezza sul suo idiosincratico autore. Di più: sebbene l’ultimo romanzo incompiuto di Nabokov, venuto alla luce nel 2008, non aggiunga nulla alla sua reputazione, è stato tale da farmi vergognare di non essere tra i suoi appassionati fan.

Quest’ammissione sarà mai tollerata? È tuttavia il pungente disprezzo che Nabokov riservava ai suoi rivali non meno encomiabili a darmi il coraggio di rendere pubblica la mia incapacità di adorare gran parte della sua brillante opera.

Vladimir Vladimirovich infatti aveva scarsa compassione per autori che considerava di minor talento. A esser precisi, raramente dalle sue aristocratiche labbra uscirono buone parole per gli altri. Fu poco carino con Andrei Sinyavsky e licenziò individui come Pasternak e Akhmatova con simile disprezzo. Né lo risparmiò a grandi scrittori del XIX secolo: Turgenev, Dostoevskij Nekrasov, talvolta persino Tolstoj.

Parte del suo altezzoso disprezzo lo manifestò anche a me quando lo incontrai che aveva 77 anni. L’appuntamento era al Palace Hotel di fronte al Lago di Ginevra dove Nabokov amava spendere mesi in un cottage. Un biglietto alla reception mi dava appuntamento alle tre in punto in un bar dell’hotel per una chiacchierata di due ore. Nabokov sincronizzò il suo ingresso nell’elegante sala proprio con lo scoccare delle 3 per lasciarla, quasi nel bel mezzo di una frase, quando il mio orologiò segnò le 5. Mi augurò un cortese “Arrivederci” e sparì.

Non un minuto dei 120 trascorsi insieme lasciarono intravedere un po’ di spontaneità. Se dovessi usare una sola parola per definire il fare e il dire dello scrittore, docente, critico, celebrità e celebrato collezionista di farfalle, sarebbe “fastidioso”. Distante con quella sua perfetta, per non dire formale, cortesia, sembrava mettere tanta importanza sulla precisione della sua persona quanta ne metteva sulla struttura e sullo stile del suo scrivere. Il fastidio si estendeva al fatto che era solito dire agli editori - cosa che avrebbe presto fatto col mio - che gli intervistatori avevano invertito una o due delle sue parole, in maniera esasperatamente e imperdonabilmente erronea. Cosa lo portava a protestare così tanto per così poco? Senza dubbio lo stesso istinto che animava la mirabile cura che metteva nelle sue parole, dette o scritte che fossero.

Prima di ogni intervista bisognava sottoporgli le domande per iscritto. Avrebbe incontrato l’intervistatore solo se le avesse approvate e solo dopo aver risposto per iscritto. Le risposte - da pubblicare esattamente così com’erano state scritte e il cui copyright sarebbe stato suo – avrebbero costituito il grosso degli articoli, mentre il botta e risposta di ogni successiva chiacchierata con lui sarebbe servito solo ad aggiungere un po’ di colore. Allora perché riservava parte del suo tempo a incontrare i giornalisti? Perché la seccatura di un’intervista? Perché, rispondeva, aveva sempre qualcosa in mente che riteneva fosse giusto condividere con i lettori. Per quanto riguarda l’accettare solo domande scritte e il rispondere per iscritto, ne fece la migliore arringa che abbia mai udito. Se anche il sogno che aveva raccontato al mattino a sua moglie non era che una bozza, perché doversi sottoporre all’imprecisione e alla possibile interpretazione erronea di uno scambio estemporaneo?

No, non c’era nulla di estemporaneo. Nulla che non rivelasse altro che sentimenti professionali. Benché i funzionari sovietici che intervistai in quei tempi avrebbero avuto molte più ragioni per restare abbottonati, in confronto a lui, spandevano emozioni da tutti i pori. A ogni modo, il suo odio per l’Urss - che mostrava ogni qual volta gli capitava di nominarla - probabilmente era dovuto meno all’incapacità dei sovietici di tenere le loro bugie o banalità per se stessi che alla sua storia familiare. Suo padre, un giornalista e avvocato liberale, divenne segretario di un governo provvisorio tra le rivoluzioni di febbraio e ottobre del 1917. Due anni dopo, i ricchi e distinti Nabokov dovettero lasciare la loro dimora di San Pietroburgo e le loro grandi proprietà.

Trentaquattro anni dopo quell’incontro, cosa penso di Nakobov oggi che ho quasi la stessa età che aveva egli allora? In qualche modo, ricordo molto più i suoi lavori - in particolare Pnin, La difesa di Luzin e Lolita - che mescolavano la commedia al timore della perdita: romanzi che sprigionavano emozioni come pure immediata ammirazione per le doti dello scrittore. In retrospettiva, adesso apprezzo anche la gaiezza che rendeva il suo scrivere - con i suoi doppi sensi e i suoi riferimenti sapientemente oscuri, i trompe l’oeil letterari e gli ammiccamenti agli eruditi - troppo sapiente perché mi potesse piacere allora.

Scrittore e giornalista statunitense, George Feifer ha scritto “Message from Moscow”

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta