La lezione di Jalalabad

Benché non godessero di buona fama, trentuno anni fa isoldati afgani difesero il loro Paese con grande coraggio

Benché non godessero di buona fama, trentuno anni fa isoldati afgani difesero il loro Paese con grande coraggio

Vladimir Snegiryov è stato corrispondente della "Pravda" dall'Afghanistan tra il 1981 e il 1992. In questo pezzo rievoca la battaglia di Jalalabad del 1989 facendo un parallelo con lo scenario in cui opera oggi la coalizione internazionale

Nel febbraio del 1989 Kabul era invasa da giornalisti da tutto il mondo. L’unico albergo decente nella capitale afgana era stracolmo di reporter dei più importanti canali televisivi mondiali, agenzie di stampa, giornali, riviste. Le ultime unità del contingente sovietico avevano appena lasciato l’Afghanistan e i miei colleghi erano certi che nulla avrebbe potuto fermare i mujaheddin dal raccogliere i frutti desiderati. Tutto ciò che dovevano fare era raggiungerli e prenderli. I media si apprestavano a inviare corrispondenze sensazionali.

A essere onesti, anche molti esperti ufficiali sovietici - compresi quelli che lavoravano nei ministeri della Difesa, degli Esteri o nei servizi segreti - erano della stessa opinione. Molti aerei da trasporto erano pronti a decollare da Mosca e da Tashkent in Uzbekistan per evacuare i cittadini sovietici rimasti in Afghanistan. Quasi tutti erano sicuri che, una volta ritiratesi le truppe russe, il regime di Najibullah avrebbe resistito non più di due o tre settimane.

Il primo attacco della guerriglia colpì la città di Jalalabad nell’Afghanistan orientale. Vicina al confine col Pakistan, la città era a ragione considerata strategica per raggiungere la capitale afgana. I mujaheddin impiegarono pochi giorni per giungere a Jalalabad, bloccare tutti gli accessi alla città e scaricare sulle truppe governative e sui quartieri residenziali migliaia di razzi, colpi di mortaio e missili. Non sto riassumendo eventi letti sui libri di storia. Sto riportando ciò che ho visto con i miei occhi. Riuscii ad entrare in una Jelalabad in piena battaglia a bordo di un elicottero afghano e ci trascorsi due giorni. O, più precisamente, 49 ore.

Perché sono così dettagliato? Perché ognuna di quelel 49 ore trascorse lì fu carica di pericoli. Mi sembra ancora di sentire il sibilo agghiacciante dei missili in arrivo o di vedere la devastazione inflitta dai mujaheddin su una delle città più belle di tutto l’Afghanistan.

Rimasi molto impressionato dalla determinazione delle truppe governative a difendere la loro città a ogni costo. Il Presidente Najibullah e i suoi generali misero su un sistema di difesa ben congegnato, inviarono riserve a rinforzo delle truppe sotto assedio e fornirono cibo e munizioni per via aerea. Vidi tutti gli attacchi dei mujaheddin fieramente contrastati dall’esercito afgano, dalla polizia e dalle forze speciali del Ministero della Sicurezza Nazionale. Fui ancora più sorpreso dal coraggio sia dei soldati semplici che dei generali che condividevano le asprezze dalla battaglia assieme ai loro subordinati sui fronti più pericolosi. Mi sembrò tutto sorprendente perché durante gli anni della presenza sovietica in Afghanistan ci capitava di osservare quanto fosse deplorabilmente inefficiente l’esercito afgano. Nella maggior parte delle operazioni era già molto se gli si permetteva di formare un cordone. Era opinione generale che i soldati non avessero spirito di guerra, fossero addestrati male e tendessero a disertare o tradire i loro alleati. Allora perché adesso vedevamo soldati che godevano di simile fama lottare con tutte le loro forze a Jalalabad?

Primo, non avevano nessuno dietro cui nascondersi e dovevano difendersi da soli; secondo, decine di migliaia di ufficiali afgani che formavano la spina dorsale dell’esercito erano stati addestrati nelle accademie militari sovietiche o ai corsi di formazione per ufficiali durante gli anni della cooperazione sovietico-afgana. Quasi tutti gli effettivi dei servizi segreti o i funzionari del Ministero della Difesa o molti agenti di polizia avevano seguito corsi specialistici d'alto livello. E, cosa più importante, oltre ad accumulare conoscenza, avevano appreso un nuovo modo di vivere, molto differente da quello che il fanatismo islamico cercava di imporre loro. È in seguito a quell'esperienza che trovarono le motivazioni per versare il proprio sangue.

Solo molto più tardi si è appreso dalle memorie degli ufficiali dell’intelligence e dei politici quali enormi risorse furono mobilizzate nella primavera del 1989 per conquistare Jalalabad e far cadere Najibullah. L’esercito, che assediava la città da mesi, era diretto quasi apertamente dall’intelligence pachistana e camion provenienti dalla città di confine Peshawar scaricavano montagne di munizioni 24 ore su 24. Fu determinante tutto ciò? Per nulla. L’esercito afgano alla fine respinse i Mujahideen da Jelalabad e riuscì con uguale successo ad affrontarli nel resto del Paese per più di tre anni finché l’Unione Sovietica crollò e il rifornimento di munizioni cessò.

Questa storia contiene una lezione, in particolare per coloro che stanno cercando di cambiare la situazione in Afghanistan: avete a che fare con un paese mistico dove l’approccio standard non funziona. Per quanto riguarda i giornalisti che giunsero a Kabul quel febbraio per registrare un momento sensazionale, si può dire che i loro viaggi furono uno spreco di soldi. Non vi fu nessuna grossa storia da raccontare.

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