L’aquila a due teste il miracolo russo

Da fuori, la Russia appare orribile. Una cricca di ex spie che governa il paese con pugno di ferro sbattendo i proprio oppositori in galera e nazionalizzando i propri asset. Il Cremlino che utilizza le risorse energetiche russe per colpire i propri vicini. Gli oligarchi che calpestano con disinvoltura la legge intascando miliardi. E, come se non bastasse, il Paese detiene armi nucleari.

Ma dall’interno l’immagine è completamente differente. Il caos causato dal crollo dell’ Unione Sovietica è finito. Gli introiti sono cresciuti di dieci volte nell’ultimo decennio e la Russia è ormai divenuta un paese più o meno normale dove la domanda dei consumatori ha soppiantato il dogma politico. I negozi sono pieni. La gente viaggia per il mondo. E mentre la transizione verso un’economia liberale è in corso, le opportunità e i posti di lavoro abbondano per chi è ambizioso e attivo. E il governo russo è tra i più popolari al mondo tra gli elettori.

Stiamo parlando dello stesso luogo? La copertura mediatica internazionale della Russia ha uno spettro alquanto ristretto. La massima «le brutte notizie fanno vendere i giornali» suona particolarmente indovinata per la Russia dato che sembra produrre solo pessime notizie dalla caduta della Cortina di Ferro.

Il Paese, in realtà, sta passando attraverso un cambiamento senza precedenti nella storia. Il sistema comunista è stato rimosso all’improvviso. La popolazione si è ritrovata ridotta alla povertà e il mercato ha subito i duri colpi dell’iperinflazione. I russi, costretti a raccogliere i pezzi delle proprie esistenze, hanno dovuto ricominciare da zero. Ma sebbene la strada verso la prosperità non sia stata né dritta né semplice, la Russia ha già percorso metà del viaggio.

Che la Russia ne sia uscita sinora illesa è un miracolo. Più di 140 milioni di persone hanno cambiato ideologia politica ed economica in pochi giorni, costruendo 15 nuovi Paesi con una cultura e un’etica diversa senza massacri o guerre civili. È stato un fatto straordinario visto che negli Anni ’70 i sovietologi dicevano che il comunismo non poteva essere sconfitto senza far precipitare il Paese nella guerra.

La divisione sanguinosa della Jugoslavia mostra cosa sarebbe potuto accadere. Il libro “La curva J” di Ian Brammer dall’Eurasia Group fa capire che la transizione dalla dittatura a una democrazia di solito inizia con un forte calo di stabilità e prosperità. Non tutti i Paesi sopravvivono a questa fase e, come rivela la recente esperienza ucraina, un cambiamento rapido verso la democrazia non sempre porta vantaggi (cinque anni sono stati sprecati e il Paese adesso vive grazie alla carità del Fondo monetario internazionale).

Il Cremino invece vuole procedere più lentamente: preferisce saltare la curva della J. Sta tentando una transizione liscia che riduca il controllo esercitato dal centro, evitando cosi la sofferenza che usualmente accompagna questo cambiamento.

È un’impresa incredibilmente difficile da eseguire poiché significa che il governo deve contemporaneamente mantenere il sistema vecchio e creare un sistema nuovo e contraddittorio.

Tuttavia, i russi sono abituati a questo doppio modo di pensare: l’aquila a due teste dei Romanov è tuttora il simbolo dello Stato. Siamo noi che ci confondiamo.

L’autore è il direttore di “Business New Europe”

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