Trotskij, il tramonto di un rivoluzionario

07 novembre 2016 Oleg Egorov, RBTH
Protagonista della rivoluzione russa, organizzatore e comandante dell'Armata Rossa, dopo la morte di Lenin subì pesanti contrasti con Stalin, prima di essere espulso dal Paese ed esiliato in Messico. Oggi ricorre l’anniversario della sua nascita

Lev Trotskij in attesa di una parata in Piazza Rossa, 1918. Fonte: Getty ImagesLev Trotskij in attesa di una parata in Piazza Rossa, 1918. Fonte: Getty Images

I bolscevichi salirono al potere in Russia il 7 novembre, proprio nel giorno in cui nacque Lev Trotskij, uno dei filosofi marxisti più emblematici del XX secolo. Grande amico di Lenin, le sue idee ebbero grande risonanza nella storia del Paese.

Le origini

Lev Bronstein nacque nel villaggio di Yanovka, nel sud dell’Ucraina (all’epoca parte dell’Impero russo) nel 1879. Nacque in una benestante famiglia ebraica e ben presto sposò gli ideali rivoluzionari. A 17 anni entrò a far parte di un’organizzazione clandestina, e due anni dopo finì in carcere.

Ne 1902 Bronstein scappò dall’esilio in Siberia per fuggire in Europa dopo aver falsificato il proprio passaporto, cambiando il cognome in Trotskij. Da lì la sua vita fu un crescendo di peripezie: partecipò al movimento marxista, tornò in Russia clandestinamente, prese parte alla rivoluzione del 1905, finì ancora una volta in carcere per fuggire nuovamente in Europa, lavorò come corrispondente militare nei Balcani. E durante la Prima guerra mondiale scappò negli Stati Uniti.

Lenin, nemici amici

Durante la prima emigrazione conobbe Vladimir Lenin, figura che ebbe un’impressionante influenza su di lui, nonostante le loro opinioni talvolta divergessero. Fu così che, durante la divisione del partito socialisti in bolscevichi radicali e menscevichi moderati, Trotskij si schierò con i secondi.

Fu per questo motivo che Lenin, indignato, lo chiamò “Giuda”. Con il tempo però Trotskij rivalutò le proprie idee e durante la rivoluzione del 1918 si schierò dalla parte dei bolscevichi. Insieme a Lenin organizzò la presa di Pietrogrado e partecipò alla formazione del nuovo governo.

L’Armata Rossa

Quando nel 1918 scoppiò la guerra civile tra i bolscevichi e i loro nemici (rossi e bianchi), Trotskij si ritrovò a guidare l’Armata Rossa, fondata da lui stesso. Durante l’epoca della guerra in Russia, si spostava tra i vari fronti a bordo di un treno costruito appositamente per lui. Secondo alcuni calcoli dei capi militari, questo treno percorse oltre 100.000 chilometri.

Trotskij con i soldati dell'Armata Rossa. 1918. Fonte: WikipediaTrotskij con i soldati dell'Armata Rossa. 1918. Fonte: Wikipedia

Le grandi doti oratorie di Trotskij erano in grado di influenzare l’umore dei soldati in battaglia. I bolscevichi vinsero la guerra civile grazie al “talento strategico di Trotskij”, così come scrive l’enciclopedia Kharperskaya di storia militare.

Intelletto e crudeltà

“Trotskij era un intellettuale nel più autentico senso del termine”, scrisse l’artista Yurij Annekov, ricordando che Trotskij, a differenza di molti altri leader bolscevichi, era una persona di cultura, educata e appassionata d’arte.

Tuttavia questa sua particolare sensibilità nei confronti dell’arte e della cultura non lo rese più “morbido”: così come altri bolscevichi, era a favore del cosiddetto “terrorismo rosso”, che prevedeva il ricorso alle armi contro i nemici della rivoluzione. “La crudeltà - diceva Trotskij -, è la più grande umanità rivoluzionaria”. Arrivò addirittura a ordinare personalmente che venissero fucilati i soldati che si erano dati alla ritirata durante la battaglia.

Quella battaglia persa con Stalin

Durante gli anni della rivoluzione e della guerra civile, Trotskij occupava il secondo posto più importante nel partito bolscevico, dopo Lenin. Dopo la morte di Lenin nel 1924, la posizione del fondatore dell’Armata Rossa iniziò però a vacillare. In questo periodo si affacciò alla scena Stalin, che durante i primi anni della rivoluzione occupava posti ben più modesti all’interno del partito. Con disprezzo Trotskij lo chiamava “colui che nel partito si distingue per la sua mediocrità”. Ma fu proprio Stalin a riuscire ad avere la meglio all’interno del partito.

Lev Trotskij e sua moglie Natalia Sedova con il pittore messicano Diego Rivera durante l'esilio di Trotskij in Messico, circa 1938. Fonte: Getty ImagesLev Trotskij e sua moglie Natalia Sedova con il pittore messicano Diego Rivera durante l'esilio di Trotskij in Messico, circa 1938. Fonte: Getty Images

L’esilio e la morte all’estero

Per una ventina di anni Trotskij seguì una lenta discesa. Venne accusato di “inclinazioni da piccolo borghese” e piano piano perse l’influenza che fino a prima deteneva. Nel 1929 venne spedito fuori dal confini dell’Urss. La propaganda stalinista lo trasformò nel modello del male, praticamente nel diavolo della mitologia sovietica.

Lev Trotskij in Messico, 1940. Fonte: Aleksandr Buchman/WikipediaLev Trotskij in Messico, 1940. Fonte: Aleksandr Buchman/Wikipedia

Il rivoluzionario si trasferì quindi in Messico, poiché i Paesi europei si rifiutarono di accoglierlo. Durante il suo esilio, Trotskij criticò fortemente Stalin e l’Unione Sovietica per aver tradito le idee marxiste.

Nel 1939 Stalin dette l’ordine di ucciderlo e nel giro di un anno l’agente sovietico Ramon Merkader assassinò Trotskij. Il rivoluzionario morì all’età di 60 anni e venne sepolto in Messico. Oggi sopra la  sua tomba si trova un timido obelisco con la falce e il martello.

 

+
Metti "Mi piace" su Facebook