Così la Russia (per un pugno di mosche) cedette l’Alaska agli Usa

19 ottobre 2016 Ksenia Isaeva, RBTH
Storia di una terra contesa. Dalle prime esplorazioni russe fino a quel contratto, siglato nel 1867, che trasferiva questa regione all’America

La cartina "Le scoperte russe, dalla mappa pubblicata dall’Accademia imperiale di San Pietroburgo”. Fonte: Libreria del congresso / Accademia imperiale di San PietroburgoLa cartina "Le scoperte russe, dalla mappa pubblicata dall’Accademia imperiale di San Pietroburgo”. Fonte: Libreria del congresso / Accademia imperiale di San Pietroburgo

Grazie a una mappa datata 1775, oggi è possibile sapere come in passato i russi esplorarono l’Alaska. Seguendo le loro orme è possibile sapere chi e quando si è avventurato per la prima volta alla scoperta di questo territorio. E perché alla fine è stato poi venduto?

La mappa in questione venne stampata nel 1775 a Londra dal noto commerciante Robert Sayer e porta il titolo di “Le scoperte russe, dalla mappa pubblicata dall’Accademia imperiale di San Pietroburgo”.

La cartina venne pubblicata prima della terza spedizione di Thomas Cook attraverso l’Oceano Pacifico nel 1778, e si basa sulle scoperte realizzate durante due viaggi effettuati più o meno nello stesso periodo da Vitus Bering e Aleksej Chirikov nel 1741 e sui risultati di precedenti esplorazioni.

L'isola Kodiak, in Alaska. Fonte: Lisyanskij / Wikipedia.orgL'isola Kodiak, in Alaska. Fonte: Lisyanskij / Wikipedia.org

I primi colonizzatori

Le prime persone arrivarono in Alaska dalla Siberia circa 15-20mila anni fa. In quel periodo l’Eurasia e l’America del Nord erano unite da un istmo nello stretto di Bering.

Con molta probabilità alcuni abitanti della Kamchatka riuscirono ad “ammirare” l’Alaska anche senza spedizioni. Sulla mappa questi luoghi vengono descritti come “Terra indicata dagli abitanti della Kamchatka, che, secondo alcuni esploratori, poteva essere osservata dall’isola di Bering”.

Le origini della “Russia americana”

Una nuova spedizione russa, guidata da Grigorij Shelikhov, arrivò in Alaska il 22 ottobre del 1784 e fondò la prima colonia permanente sull’isola di Kodiak, sulla costa meridionale dell’Alaska. A partire dal 1774 ci furono anche alcune spedizioni spagnole che arrivarono fino all’Alaska: infatti qui si trovano ancora oggi alcuni luoghi con nomi spagnoli.

La compagnia russo-americana

I commercianti russi si spingevano fino all’Alaska alla ricerca di avorio di tricheco (era così costoso come quello di elefante) e della preziosa pelliccia di lontra di mare. Questo commercio veniva perlopiù gestito da una compagnia russo-americana che controllava tutte le miniere dell’Alaska. Riusciva a siglare accordi commerciali altri Paesi in modo indipendente e aveva bandiera e moneta proprie. Privilegi che vennero concessi alla compagnia dallo stesso governo imperiale, che non solo riceveva in cambio grandi somme di denaro sotto forma di tasse, ma era anche il proprietario di una quota importante: lo zar e alcuni suoi familiari erano tra i maggiori azionisti. A capo della compagnia c’era il noto commerciante Aleksandr Baranov.

Perché la Russia decise di vendere l’Alaska?

Una veduta dell'Alaska. Fonte: JLS Photography/Flickr.comUna veduta dell'Alaska. Fonte: JLS Photography/Flickr.com

Francia, Regno Unito e Turchia si allearono contro la Russia durante la guerra di Crimea (1853-1856). Era chiaro che la Russia non era in grado di amministrare e difendere l’Alaska, poiché le rotte marittime erano controllate dalle imbarcazioni dell’alleanza. E si temeva che gli inglesi potessero bloccare l’Alaska, lasciando la Russia con un pugno di mosche.

Le tensioni tra Mosca e Londra aumentarono, mentre le autorità statunitensi si dimostrarono più vicine che mai. L’idea di vendere l’Alaska nacque a entrambi quasi contemporaneamente. Il barone Eduard Stoeckl fu l’inviato della Russia a Washington per aprire le trattative in nome dello zar con il segretario di Stato William Seward.

Il 30 marzo del 1867 le parti firmarono a Washington un accordo per la vendita di 1,5 milioni di ettari di terra, che divennero di proprietà degli Stati Uniti per una cifra di 7,2 milioni di dollari, circa 2 centesimi per acro: una cifra simbolica, che convinse i russi ad accettare l’offerta spinti dalla paura di non poter ricevere nulla più.

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