L’11 settembre nei ricordi dei testimoni oculari

11 settembre 2016 Oleg Egorov, RBTH
Negli attacchi dell’11 settembre 2001 al World Trade Center a New York e al Pentagono a Washington sono rimaste uccise circa tremila persone. Tra le vittime e i testimoni dell'attacco terroristico più sanguinoso nella storia degli Stati Uniti c’erano anche dei russi
9/11 memorial
Il monumento ad Asser Levy Park a Brooklyn con i nomi delle vittime dell’attacco 9/11. Fonte: Reuters

I nomi delle 18 vittime russe sono impressi nel monumento ad Asser Levy Park a Brooklyn. Secondo altre stime, il numero di vittime sarebbe maggiore. Così, secondo Valerij Savinkin, fondatore del gruppo "Famiglie dell'11 settembre", nell'attacco terroristico sarebbero morte 100 persone di lingua russa.

Valerij Savinkin stesso, emigrato da Odessa, ha perso in quel terribile giorno il figlio di 21 anni, Vladimir. "Ho visto tutto questo non in TV, ma con i miei occhi – ha riferito all’emittente russa “5 kanal” nel 2015 (Valerij ha visto l’incendio e il crollo delle torri dalle finestre del palazzo accanto). – Ho visto prima collassare la Torre Sud e poi quella Nord". I Savinkiny hanno lasciato la stanza del figlio così com’era il giorno 11 settembre. Da ogni viaggio riportano al figlio un souvenir e lo lasciano sulla sua scrivania.

Una delle torri. Fonte: Gulnara Samojlova/APUna delle torri. Fonte: Gulnara Samojlova/AP

Foto in bianco e nero

Gulnara Samojlova, nativa di Ufa, editor fotografico per Associated Press a New York, appena ha saputo dell’attacco terroristico ha afferrato la telecamera e si è precipitata verso il luogo dal quale la folla correva via, cioè il World Trade Center. La Samojlova ha fotografato i momenti in cui stava crollando la prima delle due torri e l’isolato si è ricoperto di un’ondata di polvere e detriti. Quindi è caduta. "Si è fatto buio. Sono rimasta senza fiato, pensando di essere sepolta viva" – cita le sue parole Ria Novosti. Ma non si era ferita, così ha continuato a fotografare.

Le foto erano su pellicola a colori, ma sono venute tutte in bianco e nero: per la polvere di cemento tutta Manhattan era diventata bicolore. Il giorno dopo, le foto della Samojlova, che immortalavano gente spaventata che correva per la città in cerca dei propri cari, sono apparse sui media di tutto il mondo. Ma per la fotografa esperta lo stress è stato troppo forte: dopo l’11 settembre ha lasciato il giornalismo di cronaca. Quel giorno non ha fotografato le vittime, né quelli che si sono lanciati dalle finestre delle torri gemelle in fiamme. "La mano non ha avuto la forza di alzarsi".

Le strade travolte dalla polvere dagli edifici crollati. Fonte:Gulnara Samojlova/APLe strade travolte dalla polvere dagli edifici crollati. Fonte:Gulnara Samojlova/AP

Il panico e le svolte del destino

L’imprenditore Gregorij Vishnyakov è stato raggiunto della notizia dell'attentato appena giunto a Manhattan dal New Jersey. In un'intervista concessa alla testata "Obshestvennyj kontrol", l'uomo d'affari ha riferito che due dei suoi amici solo per caso non si trovavano al World Trade Center quella mattina dell’11 settembre: "Il primo aveva l’ufficio in una delle torri gemelle. Il giorno prima aveva alzato un po’ il gomito al locale "Samovar russo" e si era svegliato solo alle una del giorno. Era inorridito per aver fatto così tardi al lavoro, ma quando ha scoperto l’accaduto, ha capito di essere nato per la seconda volta". Il secondo amico, Vinogradov, che stava guidando verso il World Trade Center, era stato arrestato dalla polizia per eccesso di velocità. Poche settimane dopo, in tribunale, ha ringraziato il poliziotto che, effettivamente, gli aveva salvato la vita.

Le strade travolte dalla polvere dagli edifici crollati. Fonte: Gulnara Samojlova/APLe strade travolte dalla polvere dagli edifici crollati. Fonte: Gulnara Samojlova/AP

Cambiamenti irreversibili

"Quasi subito [dopo gli attacchi] sono venuti da noi gli amici di quartiere a parlare… proprio come in una cucina moscovita" – ha raccontato a "The Voice of America" Aleksej Pimenov, che nel 2001 insegnava storia russa alla George Mason University.

Pimenov dice che la prima reazione, sua e dei suoi amici, è stata di smarrimento: "Cosa succederà ora? La guerra? Con chi? E come cambierà tutto? Il dolore è arrivato in seguito". Secondo lui, il significato storico della vicenda è rimasto ancora incompreso, non solo fin da subito, ma anche negli anni più tardi.

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