Quando la Russia venne dichiarata astemia

28 agosto 2014 Mikhail Butov, RBTH
Niente vodka né vino. Nei secoli furono molti i tentativi di arginare la piaga dell’alcolismo. Ecco i risultati di una campagna che non sempre venne accolta con entusiasmo
Disegni di Natalia Mikhailenko
Disegni di Natalia Mikhailenko

Il 31 luglio 1914, mediante decreto zarista, si proibì in Russia la vendita e la fabbricazione di bevande alcoliche. Il divieto sarebbe dovuto rimanere in vigore solo durante il periodo di mobilitazione: la Russia si apprestava a entrare nella Prima Guerra Mondiale. Tuttavia, ancora prima della fine delle operazioni militari, il divieto, lungi dall’essere sollevato, venne, anzi, prorogato. Come se non bastasse, il diritto a vietare l'alcol venne trasferito dalle autorità centrali a quelle locali, come, ad esempio, le dume cittadine, le comunità rurali e le assemblee degli zemstvo. Fu così che, in alcune città e distretti, si permise il commercio di vino e birra, mentre quello della vodka venne proibito ovunque. I deputati contadini della Duma di Stato proposero persino un disegno di legge per togliere per sempre l'alcol dalla libera circolazione. La legge, logicamente, non venne approvata, ma il divieto sull’alcol venne mantenuto per lungo tempo: dopo la rivoluzione del 1917, anche i bolscevichi lo mantennero. E fu così che, in Russia, la "legge asciutta" rimase in vigore per ben undici anni. 

 
Non solo vodka, cresce
l’importazione di whisky
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“Un nobile atto di eroismo nazionale”

In Russia, stando alle statistiche, non si consumava poi così tanto alcol: cinque volte meno che in Francia e tre volte meno che in Italia. Tuttavia, si beveva quasi solo ed esclusivamente vodka e in grandi quantità, non troppo spesso, ma in dosi che sì erano letali. Durante la guerra russo-giapponese (1904-1905) le ubriacature di massa tra le reclute ostacolavano la mobilitazione e la percentuale di soldati affetti da problemi mentali causati dal consumo di alcol era piuttosto importante. Alla vigilia del nuovo conflitto, lo zar fece un viaggio per le province russe. "Con profondo dolore dovette assistere a immagini devastanti di interi villaggi caduti in disgrazia, famiglie afflitte da miseria e fattorie abbandonate: le inevitabili conseguenze di una vita avvelenata dall’alcol", scrisse in quegli anni lo storico Sergei Oldenburg.

All'inizio nel 1914 veniva così emesso un decreto zarista indirizzato al Ministero delle Finanze, con la seguente richiesta: "Migliorare la situazione economica della popolazione, senza timore di incorrere in perdite finanziarie", giacché le entrate del Tesoro non dovevano provenire da una vendita che, di fatto, distruggeva le "forze spirituali ed economiche" della popolazione, bensì da fonti più salutari. Si trattava di un passo radicale! I ricavi dalla vendita di vodka costituivano, niente più niente meno, che un terzo del bilancio dello Stato. Eppure, nel 1915, in piena guerra, la Duma di Stato decise di redigere il suo bilancio escludendo completamente questa voce dalle entrate del Tesoro. Il politico britannico David Lloyd George definì la decisione: "L’atto di eroismo nazionale più nobile che io conosca". Il fatto che si potesse operare una simile rinuncia testimoniava di per sé anche l'enorme potenziale economico della Russia in quegli anni. 

“Persino agli animali domestici è venuto il buonumore”

Subito dopo l'entrata in vigore della sobrietà forzata si iniziarono a condurre indagini statistiche, i cui sorprendenti risultati vennero pubblicati nelle opere dello psichiatra Ivan Vvedensky, del celebre medico Alexander Mendelson e di molti altri. Secondo i dati di allora, dopo l'entrata in vigore della legge, diminuì di parecchio il numero di reati, gli ospedali psichiatrici si svuotarono e i villaggi iniziarono a cambiare a vista d’occhio. I contadini non solo restauravano fattorie, compravano samovar, orologi da parete e macchine da cucire, ma mettevano anche da parte i soldi che non spendevano nelle casse per il risparmio. Inoltre, molti di coloro che parteciparono alle indagini dichiararono di essere disposti a pagare tasse aggiuntive pur di far sì che il commercio dell’alcol non riprendesse più. "Persino agli animali domestici è venuto il buonumore", dichiarò uno degli intervistati. Emersero ben presto, però, anche dei problemi inaspettati: le facoltà di medicina iniziarono a lamentarsi della mancanza di cadaveri per le lezioni di anatomia: prima utilizzavano i corpi dei suicidi, ora, tuttavia, con la sobrietà imperante nessuno si affrettava più a togliersi la vita.

C’era anche chi riconosceva l'esistenza di conseguenze negative del proibizionismo. Innanzitutto, l'aumento della distillazione illegale nei villaggi e il consumo di sostituti, come alcol denaturato, vernice o lacca, nelle città. Solo gli ubriaconi incalliti, tuttavia, potevano essere in grado di consumare samogon o vernice al posto della vodka. L’abolizione dell’alcol dava luogo a delle difficoltà anche a livello di vita quotidiana. I matrimoni astemi piacevano a molti perché in questo modo la spesa si riduceva e in maniera cospicua, tuttavia seppellire qualcuno in Russia senza vodka è assolutamente impossibile. C'era poi il rischio che la noia originata dall’assenza di vodka spingesse alcune persone al gioco delle carte e alla depravazione. Ciononostante, considerato il benessere generale, gli autori della legge invitavano a non dare troppo peso a questi scarsi fenomeni negativi.

 
Pit stop alla russa

Vernice, disordini e cocaina

La situazione, tuttavia, non era così tranquilla come volevano far sembrare. Solo nell’agosto del 1914, vennero distrutte ben 230 antiche taverne in diverse province russe: la popolazione voleva vodka. In alcuni posti, la polizia sparava contro i saccheggiatori. Il governatore di Perm (1.200 km a Est di Mosca) chiese allo Zar di consentire la vendita di alcol anche se solo durante due ore al giorno "per evitare scontri sanguinosi". Nemmeno la mobilitazione fu così placida come previsto: le reclute prendevano d’assalto le cantine chiuse nelle città, le truppe cercavano di riportarle all’ordine, e il numero di morti era di parecchie centinaia. 

Negli anni della rivoluzione i saccheggi di vino divennero una pratica diffusa: i bolscevichi dovettero disfarsi di tutta la cantina del Palazzo d'Inverno, che conteneva bottiglie per il valore di migliaia di rubli d'oro e altre collezioni di vini molto costosi, per far sì che i soldati non si impossessassero del bottino e bevessero troppo. 

Visto che le fabbriche di vodka erano state chiuse, circa 300mila lavoratori vennero lasciati senza risorse per sopravvivere, e il Tesoro pubblico si vide costretto a pagare loro un risarcimento. Il consumo di sostituiti dell’alcol da parte degli abitanti delle città assunse proporzioni mostruose. La produzione di vernice e lacca aumentò di dieci volte. Alcune memorie scritte negli anni precedenti alla rivoluzione non parlano affatto di una sobrietà tranquilla ma di un’ubriachezza rurale diffusa. Si produceva samogon con tutto quello che si trovava in giro: segatura, trucioli, barbabietole e altre piante da foraggio. La vendita di bevande alcoliche forti era concessa nei ristoranti di categoria superiore, cosa che faceva infuriare tutti coloro per cui questi locali risultavano inaccessibili. La guerra e la “legge asciutta” causarono, inoltre, una terribile ondata di tossicodipendenza, in particolare a San Pietroburgo. Fino a poco tempo prima la cocaina e l’eroina venivano vendute liberamente in farmacia, poi di colpo vennero riconosciute come droghe pericolose e la loro circolazione venne vietata. Va ricordato che nel 1915 i greci e i persiani fornivano oppio alla Russia e dall’Europa veniva importata la cocaina. Proprio la cocaina divenne un elemento imprescindibile non solo del decadente cittadino pietroburghese, ma anche del commissario rivoluzionario con la sua classica giacca in pelle.

Due epoche strettamente collegate 

Il governo sovietico soppresse la legge sul proibizionismo nel 1925: si necessitavano mezzi per modernizzare l'economia. Ci sono testimonianze di quel tempo che parlano del giorno in cui le fabbriche di alcol entrarono di nuovo in funzione. Secondo alcuni, le persone piangevano per le strade e si baciavano piene di gioia. Secondo altri, c’erano sì lacrime, ma di paura e disperazione.

Molte realtà, come anche la retorica di quegli anni, corrispondono fino all’inverosimile con le realtà e la retorica della campagna anti-alcol del 1980, ispirata da Gorbaciov. Le descrizioni dei matrimoni astemi e i dibattiti su quanto fossero magnifici potevano essere trasferite, senza alcuna modifica, dalle pagine delle cronache del 1914 alle pagine dei giornali del 1986. La somiglianza principale risiede nel fatto che, in entrambi i casi, immediatamente dopo l'entrata in vigore delle misure anti-alcol, all’interno del Paese, si verificò un cambiamento di regime.

L’autore è scrittore e vincitore del premio "Russian Booker"

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