Una notte con i senzatetto di Mosca

Foto: Elena Pochetova

Foto: Elena Pochetova

Reportage per le strade della capitale, alla vigilia di Natale, a bordo dell'autobus di volontari del Servizio Ortodosso di Aiuto “Miloserdie” (Misericordia). Le testimonianze di chi non ha più niente e di chi li aiuta

Una notte con i senzatetto di Mosca

Era la sera della Vigilia del Natale ortodosso. Nel centro di Mosca, in un vicolo tranquillo dietro la stazione ferroviaria Kursky, all’improvviso rieccheggiò una voce femminile: “Buon Natale!”.

I numeri

Senzatetto in Russia 

Quantità: ufficalmente 400.000, in realtà molti di più

Organizzazioni che se ne occupano: 139

Senzatetto a Mosca 

Quantità: il censimento del 2010 contò 6.069 senzatetto. Si pensa che il loro numero sia notevolmente superiore, fino a 15.000, forse 30.000.

Percentuali: 80% uomini, 20% donne.

Provenienza: indistintamente da tutte le regioni della Russia e dalle ex repubbliche dell’Urss

Età media: il 60 per cento ha tra i30 e i 50 anni.

Condizione: il 15 per cento non fa ritorno alla vita sociale comune

Articolando a malapena le parole, una donna sdentata di quarant’anni circa gridò il suo saluto, sventolando un mazzo di garofani intirizziti. Era vestita in modo bizzarro: indossava un cappotto liso e sporco, troppo lungo e troppo stretto, evidentemente non della sua taglia e calzava degli scarponi in pelo che a prima vista ricordavano gli “unty” , stivaloni tipici in pelo. Attraversò la strada, trascinando a stento le gambe appesantite, seguita da un gruppetto eterogeneo di uomini e donne dall’aspetto rassegnato.

Quindici o venti visi stanchi, arrossati e rigonfi per il freddo, o forse per quanto avevano bevuto durante la giornata, arrancavano in fila indiana verso un autobus con le porte aperte parcheggiato lì vicino. Anche in quella sera di festa, come ogni notte durante l’inverno, la squadra di turno del Servizio Ortodosso di Aiuto “Miloserdie” (Misericordia) preparava l’Autobus “Miloserdie” ad accogliere i senzatetto della capitale.

Essi si ritrovano sempre lì, certi che il personale del Servizio darà per tutti una tazza di the caldo, un po’ di cibo e qualche parola di conforto. Poi, mentre l’autobus percorre il solito giro delle stazioni ferroviarie moscovite in cerca dei loro infelici compagni di sventura, in esso i senzatetto possono rifocillarsi e dormire al caldo fino al mattino successivo ad una sola condizione: stare seduti tranquilli, non bere alcolici e non dire parolacce.

La signora dalla voce squillante con il mazzo di garofani in mano si avvicinò per prima all’addetto, gli consegnò i fiori insieme a un foglietto spiegazzato e bisunto, scoppiando in singhiozzi: l’avevano appena dimessa dall’ospedale, ma la sua gamba continuava ad essere infetta e non sapeva proprio dove andare.

(Foto: Elena Pochetova)

La seguiva un ragazzo con due lividi violacei stampati proprio sugli zigomi, a raccontare la sua storia disperata. Originario di San Pietroburgo, era giunto a Mosca in cerca di lavoro e da più di sei mesi girava per la capitale con le stampelle: facendo a botte, si era slogato un ginocchio ed ora non sapeva come tornare a casa. L’addetto al Servizio “Miloserdie” ascoltava tutti pazientemente, aiutandoli tutti a salire i gradini dell’autobus, uno ad uno, anche quelli che non vollero raccontargli i propri dispiaceri, come per esempio un nonnino dal carattere chiaramente taciturno, dal buffo soprannome “Eghik” (Piccolo riccio).

Tra i senzatetto moscoviti, Eghik è una vera e propria leggenda; lo conoscono tutti, ma di lui si sa pochissimo, anche se da più di dieci anni vaga tra le cantine, gli androni e le stazioni della città.

Alla fine tutti si sedettero nell’autobus al calduccio: in quel momento solo il rombo del motore ancora freddo – la temperature era abbondantemente sotto lo zero – rompeva il silenzio tipico di un giorno di festa. Anche all’interno dell’autobus regnava finalmente la pace. Molti dei senzatetto, esausti per la prolungata desolazione e la brutalità della vita di strada, si rilassarono avvolti dal calore di questo rifugio temporaneo su ruote e si addormentarono immediatamente.

In altri la fame vinse la stanchezza. Questi cominciarono a masticare rumorosamente le salsicce fumanti che gli addetti distribuivano insieme a biscotti e halva, un dolce nutriente a base di pasta di semola. Mangiavano avidamente, senza dimenticarsi dei compagni seduti accanto, con cui dividevano qualche boccone.

I servizi

Autobus “Miloserdie” in numeri

Il servizio è attivo dal 2004. Vi lavorano, a turni, 3 gruppi di 5 persone (tra i quali due medici). In inverno, ogni notte vengono salvate dal congelamento 10-30 persone. Nell’inverno 2010-2011 vennero salvate 2.681; 53 i ricoveri. In estate, ogni giorno vengono aiutate da 15 a 40 persone. Nell'estate 2010, 2.061 persone aiutate, 19 ricoverate, 258 riportate nella propria casa d’origine.

Il Servizio di Aiuto ai Senzatetto presso gli Ospedali di Mosca”

Il Servizio opera dal 2003. In media sono 100 i senzatetto ricoverati contemporaneamente negli ospedali della capitale. Nell'anno 2011, furono distribuiti indumenti e scarpe a circa 1.800 persone, 900 razioni di cibo. Acquistati 425 biglietti ferroviari e 7 biglietti aerei per riportare i senzatetto nelle loro rispettive dimore. Distibuiti: 130 stampelle, 103 paia di occhiali, 105 bastoni e 14 sedie a rotelle.

Seduta in un angolino, osservavo questo spettacolo estremamente insolito, quando, una signora, ormai sazia, mi si sedette vicino e iniziò a raccontare la sua storia, in un inglese a dir poco perfetto. Ucraina di origine, aveva frequentato una scuola specializzata, aveva viaggiato in Europa e visitato tre volte l’Inghilterra. Raccontava tutto con una tale dovizia di particolari che temevo non si fermasse più.

Letteralmente scioccata dal suo inglese fluente che strideva in quell’ambiente degradato, le chiesi come avesse fatto a restare senza nulla, senza una dimora, quando avrebbe potuto essere una brava insegnante o traduttrice, guadagnare, avere, insomma, una vita normale. La donna si chiuse in sé stessa, abbassò gli occhi e cominciò a rispondere in modo alquanto confuso, usando la lingua russa: senza un passaporto, disse, in Russia non si trova lavoro e lei lo aveva perso tempo fa. A Mosca era stata portata misteriosamente dagli zingari. Chi fosse o cosa facesse nella vita in Ucraina è rimasto un suo segreto.

In lingua russa un senzatetto viene comunemente chiamato “Bomgh”, un’abbreviazione che tradotta significa “senza fissa dimora”. Meglio però usare il termine “bezdomny”, che significa letteralemte “senza casa”. “Bomgh” è un sostantivo che marchia una persona in modo definitivo, mentre l’aggettivo “bezdomny” indica una condizione temporanea che chiunque può cambiare per diventare nuovamente “domashny”, ciò “casalingo”. Ecco quindi che un “bezdomny” non ama in genere parlare del propria passato. Potrebbe non voler tornare alla vita di prima, anche se fosse possibile, perché, evidentemente, non era una bella vita. Nessuno infatti scappa dal bene.

(Foto: Elena Pochetova)

L’autobus, intanto, si era avviato lungo il suo tragitto e un’altra signora aveva cominciato a raccontare tra le lacrime di come, la notte precedente, alcuni polizioni l’avessero picchiata, a suo dire senza motivo, ricacciandola nel gelo notturno dallo scantinato in cui si era rifugiata. Tuttavia, per qualche recondito motivo, l’essere vittima di possibili soprusi da parte di qualsiasi sconosciuto, era per lei più sopportabile che vivere con le figlie sugli Urali, o col figlio, ufficiale della Marina russa a Murmansk. Non perché non amasse i propri figli, ammise poi; al contrario le mancano molto, ma non si sentiva in diritto di disturbarli, perché “avevano già i loro problemi”. E scoppiando nuovamente in lacrime tornò ad occupare il suo posto.

Era ormai Natale e tutti gli ospiti dell’autobus, senza eccezione, erano sprofondati in un sonno ristoratore. Gli addeti del Servizio di Aiuto “Miloserdie”, continuarono senza sosta fino a mattino inoltrato a setacciare Mosca, passando da una stazione all’altra, angoli e sottopassaggi, dove generalmente si riparano i senzatetto. Quella della Vigilia è stata una notte tranquilla: fortunatamente nessuno dei senzatetto incontrati aveva avuto bisogno di un pronto aiuto e non vi erano state chiamate d’emergenza. Nonostante ciò, purtroppo, non potremo mai sapere se tutto popolo sofferente di destini spezzati, vagante ai margini della vita, sia riuscito a sopravvivere a quella fredda notte natalizia moscovita.

Il reportage e le interviste sono state pubblicate in versione ridotta sull'edizione cartacea di "Russia Oggi" del 28 febbraio 2013

Miloserdie, in lotta contro l'alcolismo

Miloserdie, in lotta contro l'alcolismo


Il diacono Oleg Vyshinsky (Foto: Archivio personale)

Il diacono Oleg Vyshinsky, direttore dei progetti di aiuto ai senzatetto del Servizio Ortodosso d’Aiuto “Miloserdie”, ha lavotaro 13 anni per il pronto soccorso in ospedale. Poi la decisione di cambiare vita e la richiesta a una chiesa ortodossa di svolgere mansioni ausiliarie. In qualità di guardiano, entra in contatto con un gran numero di senzatetto che venivano accolti e rifocillati. In quell’occasione impara dal suo padre spirituale ad avere compassione per queste persone e ad aiutarle. Lavora per l’Autobus “Miloserdie” dal 2005; ne diventa il responsabile dal 2007.

Come può succedere che una persona dalla vita normale diventi all’improvviso un senzatetto?
Scientificamente questo processo viene definito “percorso discendente di mobilità sociale”. In realtà ogni persona ha alle spalle una sua storia. Spesso la dipendenza dall’alcool gioca un ruolo chiave. Per fare un esempio, ci siamo occupati per diversi anni di un uomo, un avvocato di grande talento che però beveva molto. Lo curammo e per 8 mesi riuscì a condurre una vita sobria, a riabilitarsi professionalmente. Seguiva le cause dei nostri assistiti, vincendole tutte. Poi ricominciò a bere, provocò un incendio nell’appartamento in cui viveva in affitto e si ritrovò nuovamente per strada. Ecco come l’alcool distrugge anche le persone migliori. La cosa più disarmante è che noi possiamo solo riconoscere la nostra impotenza di fronte a questo problema. Un alcolizzato riesce a guarire solo se lui stesso chiede aiuto a Dio. La prima causa che porta un uomo in stada è comunque la mancanza di lavoro. Sono molti a venire a Mosca dalla periferia con la speranza di guadagnare e di avere un futuro migliore, ma spesso non trovano un impiego e non hanno più i soldi per tornare a casa. Al secondo posto vengono i problemi familiari. Capita che le mogli litighino con i mariti, che per questo cominciano a bere, e, quando la convivenza diventa insostenibile, l’uomo si sente in dovere di lasciare la casa a moglie e figli e si ritrova senza dimora. Capita poi che vengano compiuti soprusi ed estorsioni ai danni dei cittadini. Negli anni ’90 la milizia usava privare gli alcolizzati delle loro abitazioni: minacciandoli di formulare un’accusa nei loro confronti, li faceva ubriacare e li costringeva a firmare i documenti di vendita dei loro appartamenti. Vi erano poi falsi agenti immobiliari che truffavano la gente. Un alcolizzato che vive da solo è facile preda di malintenzionati. Tra i senzatetto troviamo, poi, ex-carcerati, orfani, immigrati illegali e malati mentali che scappano non si sa da chi e che cosa.

Quali compiti svolge il Servizio “Miloserdie” nei confronti dei senzatetto?
Il nostro compito primario è reitegrare i senzatetto socialmente. Perché ciò avvenga, li mettiamo in contatto con specialisti che li possano aiutare, anche se questi professionisti non fanno necessariamente parte della nostra organizzazione o di strutture ecclesiastiche. Svolgiamo la funzione di intermediari. Il nostro Autobus “Miloserdie” garantisce un servizio medico immediato. Abbiamo, poi, gruppi di sostegno ai senzatetto presso gli ospedali, dove, lontano da un ambiente socialmente malato, spesso si riprendono, hanno il tempo di pensare alla loro vita e smettono di bere. Negli ospedali i nostri collaboratori parlano con i senzatetto e la barriera che si crea tra l’emarginato e la società gradualmente scompare. In realtà, i senzatetto sono persone molto spaventate, diffidenti e chiuse, che hanno accumulato molte esperienze negative, che non vogliono ricordare. Una volta ho lavorato per molti anni con un uomo con gambe e bacino spezzati. Ho cercato a lungo di sapere cosa gli fosse accaduto, ma mi rispondeva sempre di essere stato investito da un’auto. Solo di recente mi ha raccontato la verità. Era stato in carcere: scoprendo la moglie con l’amante, li aveva costretti a gettarsi nudi dal terzo piano, minacciandoli con un fucile. Quando era uscito di prigione, la moglie e l’amante lo massacrarono di botte, saltandogli sulle parti intime per privarlo della virilità. Una storia così tragica è ben difficile da raccontare. Capitano senzatetto che non vogliono assolutamente aprire il loro cuore e non lo aprono. Capita, invece, che collaborino. In questo caso, utilizziamo ogni mezzo a nostra disposizione per far sì che si reintegrino. Troviamo i loro parenti che spesso ci raccontano ciò che il senzatetto non aveva voluto dire, lo aiutiamo a riottenere i documenti persi e a trovare un lavoro e una casa.

Il lavoro prezioso di Sant'Egidio

Il lavoro prezioso di Sant'Egidio

Alessandro Salacone è il rappresentante della Comunità di Sant’Egidio a Mosca. Laureato in Lettere, dottorato in Storia contemporanea. Attualmente ha un assegno di ricerca. Partecipa al lavoro della Comunità di Sant’Egidio da 20 anni, da quando a Roma andava al liceo.  Da 10 anni collabora come volontario con la comunità di Sant’Egidio a Mosca, dove vive da due anni. Collabora con l’Accademia delle Scienze russa nella realizzazione di un lavoro sulle relazioni italo-sovietiche negli anni 1950-60 che verrà pubblicato in russo e in italiano. Dal settembre 2013 insegnerà Storia italiana del XX secolo presso Rggu (Università Russa di Studi Umanistici).


La cena di Natale organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio di Mosca (Foto: Ufficio Stampa)

Qual è il principio del vostro lavoro?
Сi basiamo sul principio che la Comunità di Sant’Egidio promuove in tutto il mondo: oltre all’aiuto materiale immediato, si deve sviluppare un discorso culturale per cambiare la mentalità delle persone rispetto a un problema. Per fare questo, promuoviamo iniziative pubbliche, conferenze, cercando di coinvolgere non solo le istituzioni, ma anche le persone comuni. I barboni, per esempio, molto spesso non sono nemmeno considerati uomini. In Russia in particolare la loro situazione è molto seria, e non solo per le condizioni climatiche. C’è anche un discorso di grande disprezzo e di molti pregiudizi nei loro confronti. Non ultima, l’idea romantica, che non corrisponde al vero, che essi conducano questo tipo di vita per scelta. In Russia i senza fissa dimora sono una delle categorie di bisognosi che sta peggio. Sono un popolo invisibile che si aggira nelle città e che molti preferiscono non vedere. Inoltre, non si sa quanti essi siano, perché non esiste un metodo preciso che permetta di calcolarli. Sono poche le associazioni che se ne occupano e anche i progetti attivati negli ultimi anni dalla Chiesa ortodossa sono ancora insufficienti rispetto all’entità del bisogno. Dopo il crollo dell’Unione sovietica, la Chiesa ha speso gli anni ’90 per ricrearsi una struttura e ci vuole tempo per ricostruire un servizio di carità per 70 anni inesistente.

Nel quotidiano, in cosa consiste il vostro lavoro?
Abbiamo dei gruppi che 2-3 volte a settimana distribuiscono nelle stazioni di Mosca pasti caldi, circa 300 porzioni. Qui è diffusa l’idea che se dai da mangiare ai senzatetto, queste persone si possano adattare alla situazione, senza volersi risollevare sulle proprie gambe. E spesso ci chiedono se non facciamo nulla per reintegrarli nella società. Per essere reintegrato un barbone deve prima ritrovare le sua dignità personale. Il nostro è un primo passo per mostrargli che qualcuno lo stima e che non è solo un’anonima cifra statistica. In alcuni casi siamo riusciti a far loro ritrovare una casa. Un’anziana ucraina, per esempio, viveva in campagna con la figlia che improvvisamente è morta. La signora decise di venire a Mosca dall’altra figlia con cui non aveva rapporti da anni, ma per qualche motivo dimenticò di portare con sé il telefono della figlia e si ritrovò per strada. Una nostra volontaria, venuta a conoscenza della storia, cercò e trovò la figlia che, inizialmente incredula, accolse la madre e ci ringraziò. Questo mostra che con un po’ di attenzione si possono risolvere molti problemi apparentemente grandi. Abbiamo poi una specie di casa-famiglia, un appartamento che prendiamo in affitto e dove attualmente abbiamo accolto una signora che ha vissuto per 15 anni in strada e un'insegnante di inglese in pensione, che ha perso la casa dopo essere stata raggirata da un’agenzia immobiliare. È questa un’esperienza che provammo per la prima volta qualche anno fa, ospitando due signore, una senzatetto da 20 anni, l’altra rimasta senza dimora dopo essersi ammalata. Mentre era in ospedale, il figlio alcolizzato le aveva venduto la casa. Rimasero con noi per 6 anni fino a che morirono. Realizziamo poi eventi particolari, come il pranzo di Natale a cui quest'anno hanno partecipato 300 senzatetto, chiamati uno ad uno con un biglietto d'invito personale con scritto nome e cognome. Ciò per creare un rapporto di amicizia con queste persone che vivono in una situazione estremamente difficile, ma che, se trattati in modo umano, rispondono in modo più che umano. Il pranzo è stato bello e tranquillo. I tavoli a cui sedevamo anche noi volontari erano ben apparecchiati. Abbiamo distribuito pacchi regalo, anch’essi personalizzati, con nome e cognome del destinatario, contenenti sciarpa, cappello, guanti, una camicia nuova, scatolette di cibo, dolciumi, lamette da barba, un kit per il bagno e biancheria intima. Per il senzatetto la biancheria intima è molto preziosa.

Qual è la differenza con la situazione di assistenza che viene offerta in Italia?
Il fatto è che in Italia, per fortuna, ad ogni angolo c’è o una chiesa o un centro di accoglienza diurno, o una mensa o una Ong. È relativamente più facile trovare dei vestiti puliti, un punto di accoglienza. In Italia c’è una rete parastatale che funziona. A Mosca invece non c’è nulla, le distanze tra le chiese, che non necessariamente hanno un servizio per i senzatetto, sono insormontabili per un barbone che non fanno entrare in metro o che fanno scendere dagli autobus. A Mosca, una città di 12 milioni di persone, esistono solo 3 centri comunali dove i senzatetto possano lavarsi. Servirebbero, invece, molti piccoli centri diurni sparsi nei vari quartieri della città, dove i senza fissa dimora vivono, soprattutto in centro.

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