Abandoned Arctic
L'Artico dimenticato negli scatti di Natalya e Petr Bogorodskie. Fonte: Natalya Bogorodskaya
Abandoned Arctic
L'Artico dimenticato negli scatti di Natalya e Petr Bogorodskie. Fonte: Natalya Bogorodskaya
Abandoned Arctic
L'Artico dimenticato negli scatti di Natalya e Petr Bogorodskie. Fonte: Natalya Bogorodskaya
 
 

Tra oblio e abbandono, il fascino dell'Artico dimenticato

I viaggi estremi di due esploratori moderni: da anni Petr e Natalya si spingono in queste terre lontane attraversando in catamarano il Mare di Barents e il Mare di Kara, alla ricerca di relitti da studiare. "Soltanto nelle sperdute lande artiche assaporiamo fino in fondo il gusto della vita"
13 aprile 2017 Aleksandra Eliseeva, RBTH

“Nell’Artico ci siamo difesi da soli dagli orsi polari e per poco non siamo stati inghiottiti da una tempesta marina. Ma soltanto nelle sperdute lande artiche assaporiamo fino in fondo il gusto della vita e capiamo quando sia reale la morte. Senza queste sensazioni l’esistenza ci sembra scialba, come il cibo senza sale”. Le parole di Natalya e Petr Bogorodskie, due pietroburghesi appassionati di viaggi estremi, evocano paesaggi sconfinati e terre che sembrano uscite da un romanzo. Tutto questo è l’Artico. L’Artico più estremo, che Natalya e Petr hanno avuto modo di conoscere bene in vari anni di esplorazioni.

Hanno iniziato a esplorare l’Artico dal 2008, attraversando con la loro bajdarka (un tipo di kayak da mare, ndr), un catamarano fatto a mano e un trimarano, il Mar Bianco, il Mar di Barents e il Mare di Kara, da Ladoga fino alla Novaya Zemlya (oblast di Arkhangelsk), in cerca di relitti abbandonati da studiare.

La Terra di Francesco Giuseppe, l’isola di Graham-Bell

Foto di Natalya Bogorodskaya
Foto di Natalya Bogorodskaya
Foto di Natalya Bogorodskaya
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“La prima cosa che cattura l’attenzione è la neve senza fine, la distesa piana e la luce accecante che colpisce da ogni lato. Siamo arrivati sull’isola con il sole di mezzanotte. La prima sensazione è stata di freddo pungente: eravamo a -15 e il vento era gelido”, ricorda Petr.

La Terra di Francesco Giuseppe è un avamposto russo situato nell’estremo nord-ovest, oltre il quale comincia il Polo Nord. Sull’isola di Graham-Bell, abbandonata nel 1993, c’erano un aeroporto e due villaggi militari.

Natalya e Petr ci sono arrivati nel 2013 con un gruppo del parco nazionale “Artico russo”: erano stati invitati per aiutare a pulire l’isola da resti metallici e oggetti senza valore storico.

Sull’isola i Bogorodskie si sono messi in cerca di artefatti legati alla storia dell’aviazione: motori e aerei, resti del campo di aviazione, pezzi di vecchie auto e trattori, equipaggiamento radio. Dovevano studiarli, fotografarli e identificarli con un nastro per segnalare che non dovevano essere distrutti.

I relitti di Graham-Bell sono tutto ciò che rimane dell’aeroporto e dei villaggi militari. Per decine di anni case e strutture abitative in metallo puro, dall’esterno simili a enormi botti, case mobili, carichi di camion, un aereo AN-12 distrutto, sono stati preservati dal clima artico.

Il villaggio di Amderma

Foto di Natalya Bogorodskaya
Foto di Natalya Bogorodskaya
 
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Lo scheletro di una manciata di case a due piani e alcune infrastrutture sulla riva del Mar Glaciale Artico privo di qualsivoglia strada di collegamento è tutto quel che rimane del villaggio sovietico di Amderma. Natalya e Petr si spinsero qui sulla bajdarka durante un viaggio lungo la costa del Mar di Barents e di Kara nel 2010.

Amderma è abitata da circa 300 persone, le case stanno a fianco dei relitti abbandonati. Il villaggio è pieno di vecchi edifici sventrati e resti di tecnologie sovietiche. Nelle costruzioni militari ci giocano i bambini, felici di avere a disposizione la città dimenticata. Accanto a un negozio è parcheggiata una slitta trainata da renne su cui un allevatore nenets è venuto a fare spesa; gli orsi bianchi passeggiano lungo la riva del villaggio.

Non lontano i due viaggiatori hanno trovato delle strutture a forma di cupola utilizzate per i radar mobili “Lena-M”, giganteschi funghi bianchi in mezzo alla tundra rosso-verde. L’edificio a due piani di “Lena-M” è ancora oggi protetto da porte di acciaio ignifugo, mentre l’interno della stazione radio è infestato da cavi e da una rete di condotti per la ventilazione. Natalya e Petr hanno girato a lungo per i piani, studiando gli alloggi, i magazzini, i punti di comando, le apparecchiature e le aule di studio. Si sono conservate pellicole vecchie di vent’anni con i negativi di fotografie private, oltre ad alcuni documenti di lavoro.

I villaggi abbandonati dell'Artico, luogo di orsi ed eremiti

Foto di Natalya Bogorodskaya
Foto di Natalya Bogorodskaya
 
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Sulla Nuova Terra i villaggi industriali del secolo scorso sono diventate zone abbandonate con isbe cadenti. Le travi della e le mura sono talmente marce che si sfaldano al primo tocco. Non c’è anima viva, ma per via degli orsi Natalya e Petr giravano sempre armati. Avevano già incontrato gli orsi polari e sapevano che per quelle persone non rappresentano una minaccia, ma una fonte di sostentamento.

Nei paesini vicino alle zone dismesse vengono in vacanze persone che sono nate e cresciute nell’Artico. Qualcuno ci viene persino in aereo a trascorrere l’estate, come se andasse in dacia: va a pesca, a caccia, si rilassa. Le riserve di combustibile e cibo per questi eremiti sono recapitate dai parenti. Gli amanti dell’isola solitaria smontano a pezzi le case semi-distrutte dei villaggi artici per avere materiale di consumo necessario alle proprie abitazioni.

Capo Svyatoj Nos

Il capo Svyatoj nos (letteralmente Punta sacra) è stato colonizzato di recente, prima era considerato pericoloso fermarsi. La riva pietrosa non permetteva l’ancoraggio e i catamarani venivano portati via dalla forte corrente. Si rischiava di rimanere senza un mezzo di trasporto per tornare indietro.

Il dirupo scosceso che Petr e Natalya hanno scalato per raggiungere il Capo faceva paura: quando il mare è in tempesta gigantesche onde si abbattono con fragore, travolgendo la riva.

Non c’era traccia del passaggio recente dell’uomo. L’erba arrivava fino al ginocchio, un freddo tombale spirava dalle case abbandonate. Persino le casse da 20 litri trovate nella stazione elettrica erano rimaste intatte, anche se i locali le usavano per marinarci la carne o come acquari.

I Bogorodskie hanno raggiunto il faro passando accanto a una discarica piena di carcasse di trattori cingolati. Il vento faceva sbattere la porta di ferro aperta. Nella penombra Petr e Natalya si sono inerpicati sulla scricchiolante scala a chiocciola e hanno raggiunto un’altezza pari all’ottavo piano. Dalla finestra si vedeva lo stretto Capo circondato da un grigio mare di ghiaccio. A Petr sono venuti i brividi al pensiero dei solitari addetti del faro alle prese con la tempesta, anche di notte, quando le fredde onde sembravano poter distruggere la parete rocciosa sotto il faro.

Le persone che in epoca sovietica avevano avuto ragione della spietata natura dell’Artico da tempo non vivono più qui. Sono però rimaste le strutture abbandonate: case, fari, basi dell’aviazione. Natalya e Petr riscoprono le terre artiche seguendo le tracce dei primi esploratori, lottando come loro contro le forze della natura. I Bogorodskie pubblicano i resoconti e i reportage fotografici delle loro scoperte sul sito del progetto “Sevprostor” (letteralmente “spazio del Nord” ndr), in lingua russa. Per Natalya e Petr condividere i materiali raccolti nei viaggi in questi luoghi ha un intento divulgativo: l’Artico smette di essere una terra incognita e gli oggetti e le costruzioni abbandonate vivono una seconda vita come artefatti storici.

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