Sei tu, stupida? Le ultime parole degli scrittori in punto di morte

16 marzo 2017 Daria Aminova, RBTH
Prima di esalare l’ultimo respiro Chekhov si concesse un calice di champagne. Mentre Dostoevskij confessò alla moglie di non averla mai tradita. Ecco quali furono le frasi pronunciate dai geni della letteratura russa poco prima di morire

Lev Tolstoj sul letto di morte. Fonte: Morzov/RIA Lev Tolstoj sul letto di morte. Fonte: Morzov/RIA

“Le parole pronunciate da chi è in punto di morte hanno un significato speciale”. Ne era convinto Lev Tolstoj, che attribuiva un grande significato alle ultime parole dei geni. Alcuni di loro sono riusciti a conservare un certo senso dell’umorismo fino agli ultimi istanti. Oscar Wilde, ad esempio, mentre moriva in una camera tappezzata con una carta da parati di cattivo gusto, disse: “Che combinazione di colori letale! Qui uno di noi due deve andarsene”. Mentre il poeta tedesco Heinrich Heine sul letto di morte esclamò: “Il Signore mi perdonerà, è il suo lavoro”. Ecco invece quali sono state le parole pronunciate dagli scrittori russi nelle ultime ore di vita.

1)       “Le farfalle sono già volate via”

Lo scrittore Premio Nobel Vladimir Nabokov era appassionnato di entomologia e collezionava farfalle. Suo figlio Dmitrij racconta il congedo dal padre in procinto di morire: gli occhi dello scrittore morente si erano riempiti a un tratto di lacrime: “Gli chiesi: perché? E lui mi rispose che delle farfalle sembravano già essersi librate in volo…” 

2)      “Ich sterbe! (muoio). Da tanto non bevevo dello champagne!”

Lo scrittore Anton Chekhov morì di tisi nella stazione termale di Badenweiler, in Germania. Secondo la tradizione tedesca, il dottore che aveva formulato la diagnosi offrì allo scrittore sul punto di morte dello champagne. “Ich sterbe! (muoio). Da tanto non bevevo dello champagne!”, esclamò Chekhov al medico che lo curava.

3)       “La Russia mi ha divorato come una stupida scrofa il suo maialino”

Nella primavera del 1921 il poeta simbolista Aleksandr Blok si ammalò gravemente. La sua malattia era legata agli anni di stenti e denutrizione della guerra civile, al crollo nervoso e alla fredda accoglienza tributata dall’intellighenzia russa al suo poema sulla rivoluzione, “I dodici”. Lo scrittore Maksim Gorkij, il commissario del popolo Anatolij Lunacharskij e tutti i suoi amici si diedero fare per fargli ottenere un visto di espatrio perché potesse curarsi all’estero, ma il Politbjuro del partito bolscevico negò l’autorizzazione. Neanche a farlo apposta proprio il giorno in cui il passaporto per l’estero e il visto erano ormai pronti, lo scrittore morì.

4)      “Continuo a pensare che un uomo dovrebbe morire al momento giusto. Mio Dio, come aveva ragione Majakovskij! Io ho tardato, bisogna morire quando è tempo”

Lo scrittore sovietico Mikhail Zoshchenko, maestro nell’arte del racconto, la cui fama raggiunse vertici straordinari negli anni Venti-Trenta del Novecento, fu perseguitato dai critici e dalle autorità. Si ritrovò a vivere nella povertà e fu tradito dai letterati suoi amici. Espulso dall’Unione degli scrittori, Zoshchenko si ritirò in una dacha dove trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Oggi viene definito il Kafka russo per la sua penetrazione metafisica della realtà sovietica.

5)       “Sei tu, stupida?”

Mikhail Saltykov-Shchedrin era famoso per il suo umorismo spietato e la sua lucida satira. Secondo la leggenda, accolse la morte con questa domanda: “Sei tu, stupida?”

6)      “Ti ho sempre amato e non ti ho mai tradito neppure col pensiero”

Queste parole furono rivolte dallo scrittore Fedor Dostoevskij alla moglie Anna. Durante la loro vita famigliare i coniugi non si separarono che per pochi giorni. Anna non era solo una moglie, ma anche una collaboratrice preziosa per lo scrittore: copiava i suoi manoscritti, teneva i rapporti con gli editori e i tipografi e aiutò persino lo scrittore a vincere la sua passione per la roulette. 

7)      “La mia sofferenza è tale che non trovo le parole per esprimerla”

Queste parole appartengono al poeta Fedor Tjutchev le cui liriche si annoverano tra i capolavori della poesia russa e i cui versi sono presenti in tutte le antologie scolastiche di letteratura russa. Molte citazioni dalla sua poesia e anche la sua celebre quartina sono ormai usati come aforismi:

La Russia non si comprende con la ragione,

né la si misura col metro comune:

ha la sua natura particolare,

nella Russia si può soltanto credere.

8)       “A quest’idiota mi rifiuto di sparare!”

Durante il duello del poeta Michail Lermintov con Nikolaj Martynov dopo la formula di rito pronunciata dal padrino nessuno si decideva a sparare. Il padrino gridò: “Sparate o dichiaro annullato il duello!”. Al che Lermontov replicò laconico: “A quest’idiota mi rifiuto di sparare!”. Tali parole fecero infuriare Martynov che sparò e poi si precipitò verso il poeta riverso a terra dicendo: “Misha, perdonami!”. Ma il poeta era ormai morto.

9)      “Amò la verità”

All’età di 83 anni il conte Lev Tolstoj abbandonò la sua vita regolata e agiata nella tenuta di Jasnaja Poljana, e accompagnato dalla figlia e dal medico di famiglia, partì in incognito su un vagone di terza classe. Durante il viaggio si raffreddò e contrasse una polmonite. Ormai agonizzante, lo scrittore pronunciò queste ultime parole: “Amò la verità”.

10)    “La scala!”

L’'immagine della scala resta uno dei più grandi misteri nell’opera di Nikolaj Gogol. Il piccolo Kolja aveva sentito raccontare nell’infanzia dalla nonna la storia della scala che si protendeva verso il cielo su cui salivano le anime dei defunti. Questa immagine è spesso presente in diverse varianti nelle pagine dello scrittore. A detta di testimoni, le ultime parole pronunciate da Gogol’ sul letto di morte furono: “La scala, presto portatemi la scala!”.

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