Aborto, revisione in corso

08 settembre 2011 Zhenya Otto, The Moscow News
La Duma sta discutendo alcune proposte che potrebbero cambiare il diritto all’interruzione di gravidanza. La società civile russa è in subbuglio: è un attacco alle donne

Dall’inizio di giugno 2011 la Duma di Stato, con la partecipazione attiva della Chiesa Ortodossa Russa, sta discutendo alcune proposte di restrizione del diritto all’aborto. Tutto questo con l’appoggio del Presidente Dmitri Medvedev, che vuole esaminare la bozza in seconda lettura a inizio settembre 2011.

La proposta principale consiste nel trasformare l’aborto in un servizio a pagamento; in altre parole, si tratta di un altro metodo per tagliare la spesa pubblica. Senza occuparsi troppo della salute delle madri o dei diritti dei bambini, in questo modo lo Stato verrebbe liberato di un altro dei suoi doveri sociali.

Tra le proposte in discussione forse la più deprecabile è quella che obbligherebbe le donne sposate a richiedere un’autorizzazione dai loro mariti, o, in caso di minori, dai genitori o dai tutori legali. Le donne sono già vincolate da un punto di vista economico alla loro famiglia o ai partner e, invece di cercare di cambiare la situazione, i deputati stanno andando nella direzione opposta. Nei casi in cui le donne non ottenessero l’autorizzazione, sarebbero costrette a rivolgersi a cliniche illegali.

Gli autori della bozza propongono un “periodo di riflessione” obbligatorio tra la richiesta della donna e l’intervento di aborto. Questo ridurrebbe la possibilità di esercitare l’aborto attraverso metodi medici meno pericolosi e aumenterebbe il rischio di complicanze.

Ma lo Stato e i funzionari religiosi non hanno nessuna intenzione di lasciare le donne sole durante questo periodo di riflessione. Secondo la nuova legge esse sarebbero tenute a sottoporsi a sedute psicanalitiche prima dell’interruzione di gravidanza, così da “rendersi conto che stanno privando intenzionalmente il bambino della possibilità di vivere”. Gli autori del documento Raccomandazioni mediche per le visite preparatorie all’aborto (il cui impiego è stato già approvato dal Ministero per la Sanità e lo Sviluppo Sociale), che lavorano per la Fondazione Russa Ortodossa Andrej Pervozvanny, hanno dichiarato apertamente che tali visite “devono tentare di spaventare la donna, esagerando riguardo al rischio di complicanze legate all’intervento”. Riconoscono che mentendo spudoratamente le uniche a farsi influenzare sarebbero le donne che non hanno mai subito prima un intervento di aborto. 

Gli autori di tali “raccomandazioni” propongono inoltre di “personificare” l’embrione, esortando le donne ad ignorare le prove scientifiche e ad accettare l’idea che l’embrione abbia già una personalità in fase di sviluppo. Suggeriscono anche di mostrare filmati e brochure appositi contro l’aborto. Tale raffinata forma di tortura prevede poi la visione forzata di un’ecografia e l’ascolto del battito cardiaco.

Tre anni fa venne vietata la “divulgazione”, riducendo in effetti l’accesso ad un’informazione attendibile sull’interruzione di gravidanza. Ora i deputati della Duma propongono di lanciare una campagna di informazione relativa alle tremende conseguenze dell’aborto.

Per molte donne l’aborto rappresenta ancora una necessità, e l’unica vera alternativa è rendere più accessibile la contraccezione e promuovere l’educazione sessuale, basata su realtà scientifiche e non su teorie religiose. Ma anziché introdurre una corretta educazione sessuale nelle scuole, hanno deciso di inserire la materia “Principi di cultura ortodossa”, che prevede l’insegnamento di valori antichi e patriarcali. In questo modo gli adolescenti non hanno accesso alle informazioni necessarie riguardo al sesso, oppure le ottengono dagli amici, agli angoli delle strade o attraverso la pornografia. 

La statistiche dimostrano che le ragazze che ricevono un’educazione religiosa non hanno rapporti sessuali né più tardi né meno frequentemente delle altre. L’unica vera differenza è la totale mancanza di conoscenze relative alla sessualità e alla contraccezione. Il sacro tabù sul tema della sessualità aggiunto a contatti sessuali prematuri e indesiderati porta ad insoddisfazione e frigidità o persino a gravidanze indesiderate e violenze sessuali.  

Ricerche sociologiche e demografiche dimostrano che dopo ogni restrizione relativa all’aborto il numero di interventi cala bruscamente, ma solo per un breve periodo, prima di aumentare di nuovo, questa volta con una maggiore frequenza presso cliniche clandestine e illegali. I tassi di mortalità delle madri e di infertilità aumentano in seguito a complicanze causate dagli interventi fuori legge. La barbarie degli aborti clandestini e la disperazione delle donne costrette a farvi ricorso sono ben rappresentate dal famoso simbolo degli aborti illegali: la gruccia in fil di ferro.   

Ma l’educazione sessuale, da sola, non basta. Le donne sono spesso costrette ad abortire per ragioni economiche come la disoccupazione, salari ed indennità bassi, la mancanza di garanzie sociali e di un’assistenza medica gratuita di qualità. E oltretutto il più grave problema demografico non è il calo delle nascite ma l’elevatissimo tasso di mortalità dovuto a una bassa qualità della vita.

La creatività legislativa dimostrata dai deputati si colloca su uno sfondo di iniziative volte al taglio delle spese di bilancio. La sanità, l’istruzione, la scienza e la cultura saranno costrette ad “auto-finanziarsi”. Il supporto alle donne in gravidanza e alle giovani madri verrà tagliato, così come l’indennità di malattia per i genitori di bambini malati.

Le donne incinte hanno difficoltà a mantenere il loro posto di lavoro o a trovarne uno nuovo. I tagli ai sussidi le stanno costringendo ad accettare lavori duri e mal pagati o ad abbandonare completamente il lavoro diventando così totalmente dipendenti dai mariti. Per pagare nidi, asili e cliniche le donne saranno costrette a fare lavori extra o ad accollarsi questi compiti da sole.  

Le donne dovrebbero avere il diritto incontestabile ad un servizio sanitario gratuito di qualità, incluso l’aborto, e a ricevere informazioni corrette e un’educazione sessuale; il diritto, inoltre, a metodi di contraccezione moderni ed accessibili. Allo stesso tempo però è necessario combattere i tagli e gli attacchi alla sfera sociale, così che le donne non abbiano solo il diritto all’aborto, ma anche la possibilità di farne a meno.

L’autrice è attivista socialista e femminista a Mosca

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